Asotom

Tommaso Gallina e il panino alla pancetta

Tommaso Gallina e il panino alla pancetta

Il vero problema di Tommaso Gallina è stargli dietro. L’abbiamo conosciuto una sera di oltre un anno fa, quando è venuto a casa nostra a cena per farci assaggiare i vini. E’ arrivato con undici bottiglie, scusandosi per non avere potuto portarle tutte. Di quella prima degustazione mi ricordo poco, anche perché è stata praticamente alla cieca – uno dei massimi divertimenti di Tommaso – e verso il quinto bicchiere iniziavo già a vacillare. Mi ricordo però bene che le bottiglie aperte erano state riassaggiate per diversi giorni, anche con pause piuttosto lunghe, e i vini, invece di temere il passaggio del tempo, si esaltavano, evidentemente contenti di essere messi alla prova. E ancora adesso, dopo oltre un anno che ne distribuisco i vini, ogni tanto Tommaso se ne arriva con una bottiglia che non conosco e che chissà dove teneva. Lui sperimenta, azzarda, estremizza, sempre nel pieno rispetto di vitigni, vigne e terreno. E’ in cantina che si diverte di più, misurandosi con vinificazioni diverse applicate alle varietà che ha a disposizione. Ci tiene a ricordare che non ha nulla di proprietà, soltanto idee e che ha tutto in gestione. Barbera, Freisa, Grignolino, Ruché, Cortese, Erbaluce e Baratuciàt – tutti vitigni tipici del Piemonte, compreso l’ultimo, quasi dimenticato, che ultimamente è stato riscoperto da Tommaso e da Enrico Druetto, di cui parleremo presto. Tommaso un tempo faceva il geometra, poi si è stufato e ha deciso di avvicinarsi al lavoro del fratello, che aveva aperto un’azienda agricola. Il vino: “perché mi diverte farlo, posso viaggiare e conoscere tanta gente interessante”. La prima tendenza è stata quella della surmaturazione, mentre negli ultimi anni Tommaso sta alleggerendo la mano. De Gustibus: con il caldo di questi giorni berrei soltanto Oso 2013, rosato ancestrale da Barbera, mentre in pieno inverno una sua Riserva è una vera e propria benedizione. Tanti i vini, dicevamo, tutti classificati con nomi di fantasia, assolutamente allergici a qualsiasi forma di denominazione istituzionale:

Smentià, Barbera da una vigna giovane, chiamata Naomi in onore della Campbell. Vinificazione soltanto in acciaio, con risultati profumati e intensi: una Barbera come dev’essere, senza aggiungere altro.

Asotom, Barbera dalla mitica vigna Claudia (indovinate in onore di chi?), di settant’anni. Vinificazione in botti grandi, con una completezza assoluta. Si sente che Tommaso ha una predilezione per queste uve: in ogni sorso si percepisce tutta la passione coinvolta.

Istinto; tutti i vini a base Grignolino, la varietà con cui Tommaso si diverte di più.

Estinto; le bottiglie che nascono da base Freisa. Il nome è dovuto al fatto che la vigna vecchia di Freisa che Tommaso lavorava è stata espiantata. Ora fortunatamente, dopo qualche anno, ne ha trovata un’altra: sarebbe stato un peccato dover rinunciare alla Freisa come la intende lui.

Oso; ogni anno Tommaso fa un esperimento con un vitigno o una vinificazione particolare. Interessantissimo l’Oso 2012, a base Ruchè e poi il mio preferito in assoluto, l’Oso 2013, di cui vi parlavo prima. Purtroppo finito, se ne trova ancora un pochino in giro e le sei bottiglie che io ho ancora non le cedo nemmeno sotto minaccia di morte.

Egostista; tutti i bianchi. Arneis, Cortese, Erbaluce, Baratuciàt. Anche in questo caso le composizioni e le sperimentazioni variano a seconda delle annate.

Vale davvero la pena andare a trovare Tommaso Gallina in azienda. Magari, se gli siete particolarmente simpatici, vorrà condividere con voi una delle bottiglie che non ha il coraggio di vendere, perché ci è troppo affezionato.

Qui di seguito il video girato da Asotom in maggio:


Carussin

IMG_1390Ho conosciuto Bruna sull’Etna, qualche anno fa. Era arrivata in macchina e non in aereo dal Piemonte per poter fare visita a un allevamento di asini fuori dai normali percorsi. Con lei c’era Ami, la sua cagnolina. Mi era sembrata subito un personaggio diverso dal solito, di una spontaneità unica. Poi ho assaggiato i suoi vini e ho ritrovato tutto quello che mi era piaciuto di lei al primo incontro.

Quando mi sono trasferita a Torino, due anni fa, ho iniziato a frequentare la sua azienda a San Marzano Oliveto con una certa assiduità. Il marito Luigi e i figli Luca e Matteo sono della sua stessa pasta: una generosità disarmante e un’amicizia sincera, di quelle di un tempo. Ecco, a casa loro si ha sempre l’impressione di essere tornati nel Piemonte di una volta, dove ogni cosa va fatta con calma e non si può fare una visita breve per comprare una bottiglia di vino. Ci si siede, si beve, si mangia qualcosa di tipico e si chiacchiera, prendendo sempre più confidenza, fino ad andarsene pieni di soddisfazione del cuore e del palato.

Quando si arriva in azienda si viene accolti da un folto gruppo di asini, la passione di Bruna, poi ci si ferma al locale aperto da Matteo quattro anni fa, Grappolo Contro Luppolo, dove la parola d’ordine è kilometro zero. Tranne che per  le birre: in questo caso la ricerca è transoceanica, anche se fiore all’occhiello resta la birra di Luca, la Clandestino.

Non sono obiettiva quando parlo di Carussin, me ne rendo conto. L’affetto va al di là di qualsiasi considerazione, ma non del giudizio sui vini, che non può che essere condiviso. Sono in genere da bere giovani e sono soltanto due le etichette dedicate a un invecchiamento maggiore. La chiave di lettura è il legame con il territorio, viscerale.

Il Carica l’Asino è il bianco ottenuto dall’omonimo vitigno e da uve Cortese. Profumato di primavera in collina, tanto da farti venire voglia di stendere una coperta su un prato e fare una merenda a base di pane e salame. In bocca è rustico senza risultare ruspante, pieno, beverino fino a diventare traditore.

L’Asinoi è la Barbera della casa, spaventosamente tipica e socievole. Fa solo acciaio e deve la verve alla sua schietta acidità e i profumi alla terra da cui deriva, che sa riempirsi di fiori in stagione. E’ il vino da pasto come dovrebbe essere sempre.

Lia Vì è un gradino più su. Sempre Barbera, sempre affinata per un breve periodo in acciaio, profumata e di facile beva. Deve il suo nome a un particolare tipo di volatile che nidifica fra queste vigne. Si sente in bocca la necessità del terreno di farsi riconoscere.

La Tranquilla è la terza Barbera dell’azienda, frutto della selezione manuale delle uve migliori. L’affinamento avviene in botte grande e ciò conferisce al vino note più morbide e avvolgenti degli altri, anche se la freschezza continua a essere il fil rouge di tutta la produzione. Non è necessario berla giovane, anzi, la Tranquilla esprime il meglio di sé dopo qualche anno di riflessione.

Il Ferro Carlo è la Barbera d’Asti di punta di Carussin. Una vigna in posizione baciata dal cielo, con uve strepitose, che vengono affinate in botti di rovere, in parte grandi e in parte piccole. Non viene realizzato che nelle annate migliori e sa descrivere con passione e rigore le caratteristiche di questi terreni e di ogni vite.

Filari Corti è Moscato d’Asti, uno dei più interessanti mai assaggiati. Non ha niente a che vedere con le bottiglie stucchevoli che si bevono in giro. E’ profumato, intenso, fresco, erbaceo e floreale e ti dà l’idea immediata di stare masticando un grappolo d’uva, quando, subito dopo le note dolci, arriva quel pizzicorio delicato dovuto all’acidità della polpa.

I vini di Carussin devono essere assaggiati almeno una volta sul posto. Se non si conoscono Bruna, Luigi, Luca, Matteo, Ami, Nero, gli asini e la pecora Osvaldo non si può gustare fino in fondo. Se non si entra almeno una volta in cantina non si possono capire le varietà della Barbera, se non si cammina almeno una volta nelle vigne non si può ritrovare nelle bottiglie il territorio. Sono comunque favolosi, ma se si va a San Marzano Oliveto, diventano amici.

Qui di seguito il video realizzato nell’Azienda Carussin:


Rocco di Carpeneto

Lidia Carbonetti

Lidia Carbonetti

Una delle ultime aziende entrate nella distribuzione Senza Trucco. Non conoscevo Rocco di Carpeneto e una mattina sono arrivati Lidia e Paolo nel mio magazzino e mi hanno portato ad assaggiare le bottiglie. La simpatia è stata immediata, Lidia Carbonetti sorridente e diretta, da buona romana, Paolo Baretta gentile e pacato, più nordico. Il loro atteggiamento umile ma determinato, la passione per il vino che producono e per una terra con cui non avevano legami di alcun tipo, prima di decidere di cambiare vita mi hanno fatto capire di essere di fronte a delle persone davvero interessanti. Nella scelta coraggiosa di scegliere un’altra strada trovo sempre uno stimolo per me: Paolo nel video dice che in tanti sono stufi di Milano, ma poi sono davvero pochi quelli che se ne vanno per dimostrarsi che si può vivere anche secondo le proprie inclinazioni.

Poi abbiamo aperto assieme i vini, che hanno tutti nomi ricavati dall’antico dialetto della zona. Così il Cortese Piemonte DOC, Ròo, che significa suggestivamente “alone della luna”. Dai profumi delicati ma seducenti, con un corpo intenso retto da una bella acidità e dalla mineralità tipica di queste zone. Poi Rapp – grappolo –  una Barbera del Monferrato Superiore DOCG, di cui mi hanno colpito i profumi e la freschezza antica, di Barbera di una volta, sferzante al punto giusto per accompagnare i contadini lungo tutta la giornata. Infine i Dolcetti. Quando Lidia e Paolo mi hanno scritto la prima volta mi hanno detto di ispirarsi a Pino Ratto, di cui non potrò che portare nel cuore il ricordo affascinante, suo e dei suoi Scarsi e Olive. Prima di tutto l’Aur-oura – or ora – un Monferrato doc Dolcetto che fermenta e matura in acciaio. Il vino base della casa, facile e immediato, per questo pericoloso! Poi il Losna – lampo di fulmine – Ovada DOCG, intenso e allo stesso tempo beverino, una di quelle bottiglie da cui faccio fatica a staccarmi. La fermentazione avviene in acciaio e la maturazione in legno usato, per almeno 12 mesi. Poi lo Steira – stella – altro Ovada DOCG che proviene da una vigna di 50 anni. La fermentazione e la maturazione (almeno 20 mesi) si svolgono in legno usato. Infine l’Erche – arcobaleno – Ovada DOCG riserva, riflessivo, a tratti cupo, recupera attraverso le radici delle viti l’essenza di questo spazio di Piemonte. Soltanto lieviti indigeni e nessuna filtrazione.

Quando sono andata in azienda c’era soltanto Paolo, perché Lidia era a Roma per una degustazione. La potete vedere nella foto qui sopra, mentre Paolo è il protagonista del video che trovate qui:


Remo Hohler – un punto di vista alternativo

Uno dei produttori che distribuisco, Remo Hohler, che ha l’azienda a Cassinasco (AT), qualche giorno fa ha pubblicato il remo hohlervideo di un suo seminario il cui titolo era: “La flavescenza dorata dal punto di vista energetico e spirituale”. Conoscendolo e stimandolo parecchio, ho deciso di ritagliarmi due ore per guardare l’intero filmato. A dire il vero la flavescenza dorata è soltanto l’argomento-spunto per trattare la sua filosofia come viticoltore, che mi piacerebbe riassumere velocemente per chi non avesse il tempo di guardarsi l’intera conferenza. Con un avvertimento: queste linee di pensiero sono sconsigliate a tutti coloro che hanno un approccio razionale alla vita e che ritengono che ogni aspetto del mondo sia a sè stante e non collegato agli altri. Per quanto mi riguarda, appoggio totalmente tutto quello che dice Remo, a costo di perdere credibilità di fronte a chi non vuole sentire la parola “spiritualità”.

Remo inizia il suo discorso parlando di un’azienda agricola del biellese, in cui non esistono le classiche malattie delle piante, per quanto quella zona sia comunque altamente colpita. I loro trattamenti di rame e zolfo sono soltanto tre in un anno e le piante stanno benissimo. Com’è possibile?

Ognuno di noi ha il potere di indirizzare la propria vita in una direzione o in un’altra. Si può fare parte della massa che subisce le scelte altrui, oppure ci si può differenziare diventando i creatori di qualcosa di nuovo e fondamentale per l’umanità. Un comportamento innovativo e diverso causa isolamento e derisione da parte della società, però permette di attivare una rivoluzione di cui poi la stessa società beneficerà. Questa la premessa di Remo per affermare che il suo pensiero potrà sembrare folle e irrazionale ai più, ma che questa è la sua sfida per cercare di cambiare e migliorare il mondo in cui vive.

A partire dal minuto 16:43 c’è un lungo estratto dalla trasmissione Voyager in cui si affronta il tema della sensibilità delle piante: a partire dagli anni sessanta diversi esperimenti realizzati in differenti parti del mondo hanno confermato che le piante hanno reazioni emotive a determinate situazioni e che avvertono il pericolo o la tranquillità e il benessere. In un’azienda toscana, da quando sono stati istallati nelle vigne degli amplificatori che riproducono tutto il giorno musica classica, le viti sono molto più sane e rigogliose. Un botanico statunitense di fine ottocento, Luther Burbank, pur essendo autodidatta e non avendo studiato biologia, era stato in grado di creare più di ottocento specie nuove, semplicemente prendendosi cura delle sue piante, accudendole e parlando con loro. Questo per dimostrare come le piante, esattamente allo stesso modo di uomini e animali, sono sensibili alla gioia e al dolore e sono in grado di percepire l’amore, rispondendo con rigogliosità. Ecco la ricetta di Remo per rendere le sue vigne più sane e resistenti rispetto alle malattie: prendersi cura di loro con dedizione. A questo proposito, Remo riporta un aneddoto riguardante la sua vita. Nel 2007 è morta sua moglie, con cui era arrivato venticinque anni fa dalla Svizzera e aveva acquistato la cascina per dare vita a un’azienda agricola. I quattro figli non avevano intenzione di lavorare in campagna e più volte Remo, caduto in profonda depressione, aveva pensato di estirpare le vigne. Tutte, tranne un piccolo pezzo davanti a casa, che nella sua mente continuava a salvare. Negli ultimi anni i vigneti di Remo hanno avuto gravissimi problemi di flavescenza dorata. Lui non riusciva a spiegarsi quale fosse la causa, fino a quando ha realizzato che l’unica parte del vigneto non colpita era quella che lui mentalmente salvava dall’estirpazione. Doveva correre ai ripari, dimostrando alle sue viti che non voleva più disfarsi di loro. Ha iniziato ad accudirle amorevolmente e integrare dei trattamenti contro la malattia con infusi di piante, secondo i dettami della biodinamica. E da lì ha cominciato a documentarsi su tutte le più antiche forme di agricoltura naturale, che oggi vengono ottusamente definite “alternative”. Non ultimo, ha deciso di pregare tre volte al giorno per ringraziare di essere proprietario terriero in un momento in cui la società vede i contadini come ignoranti e bifolchi.

Anch’io sono convinta che l’unica rivoluzione possibile in questo mondo possa partire dai contadini, depositari di saperi ancestrali e, paradossalmente, gli unici davvero proiettati verso il futuro. Ringrazio Remo per aver dato ancora più forza a un pensiero che, mano mano che mi occupo di vini naturali, sta prendendo piede nella mia testa. Non è questione di gusto o di moda: bere e mangiare rispettando l’ambiente è una necessità etica, una forma di rispetto verso il mondo e verso se stessi.

Qui di seguito il seminario al completo:


Nuove aziende

senza_trucco_viniLa mia piccola distribuzione di Vini Senza Trucco compie un anno in questi giorni. E’ un lavoro stupendo, anche se ogni tanto mi affaccio ancora in qualche enoteca in cui al solo sentire parlare di vini biologici e biodinamici vedo reazioni tipo gatto davanti alla vasca da bagno. Fortunatamente le nuove generazioni hanno approcci più possibilisti, anche quando non hanno diretta conoscenza delle etichette che propongo. Per non parlare dei locali che hanno da tempo in carta i vini naturali, che esultano ogni volta che prendo una nuova azienda in listino. Nel’ultimo periodo praticamente è una festa, anche perché ho deciso di non farmi spaventare dai rischi economici e aumentare le cantine, seguendo passione e istinto.

Iniziamo dal Piemonte. Già a maggio ho contattato due produttori che poi nei mesi sono diventati punti cardine del mio listino: Enrico Druetto e Tommaso Gallina (Asotom), che collaborano fra loro e danno declinazioni forti e personali dei vitigni della loro zona, Barbera su tutti. Da settembre è invece etrato a fare parte del gruppo Senza Trucco Simone Roveglia, dell’azienda Spaventapasseri (marchio Cento Filari), ottime Freisa e Barbera e incredibile Pinot Nero dal nome suggestivo, Brigante. Questa volta siamo a Mombaruzzo, nell’astigiano. A ottobre mi hanno contattata Lidia e Paolo della cantina Rocco di Carpeneto, che abitavano e lavoravano a Milano e hanno lasciato tutto per comprare una cascina in una zona che non conoscevano, Ovada. Il loro punto di riferimento è il Dolcetto di Pino Ratto, che ci ha lasciato un paio di settimane fa e di cui ricorderò sempre l’arte che impregnava qualsiasi cosa facesse. Dolcetto favoloso, come dovrebbe sempre essere in quelle zone, e poi Barbera e Cortese buonissimi. Infine, ultimo ingresso, Andrea Tirelli, sui colli tortonesi. Per intenderci, quello che ha sulle etichette il Triskell celtico. Torinese di origine, tornato nelle vigne dei nonni per non abbandonare un pezzo di cuore: da anni in biodinamica, fa poche bottiglie di Timorasso, Cortese, Barbera, Freisa e Dolcetto.

Cambiamo regione. Non pensavo che avrei mai preso un Franciacorta, ma Tommaso Gallina mi ha fatta contattare da Ca’ del Vent. Assaggiare le loro bollicine è stata una rivelazione: niente di più lontano dai vini costruiti a tavolino dagli industriali della provincia bresciana. Anima e sensibilità nel capire le vigne e interpretare le vinificazioni. Un festa.

Anche in Veneto ho un nuovo nome: Franco Masiero (del gruppo Co.Vi.Bio.), un piccolissimo produttore di Merlot e a breve anche di Pinot Nero. Siamo a 500 metri sul mare, in zona vulcanica. Un vino che mi ha fatta riappacificare con un vitigno che non ho mai amato.

In Liguria da qualche mese c’è un nuovo nome, molto amato dai frequentatori dell fiere: Santa Caterina di Andrea Kihlgren. Su tutti il Vermentino, stratosferico. Unico neo: le bottiglie finiscono troppo presto!

Ci ho messo un po’, ma alla fine ce l’ho fatta ad aggiungere una delle zone più blasonate del nostro paese. Era un po’ che facevo gli occhi dolci a Francesca Padovani di Campi di Fonterenza: in genere il Brunello non è uno dei miei vini preferiti, ma la sua versione, rigorosa e tradizionale corrisponde perfettamente a quello che amo nel vino. Buonissimi anche il Rosso e il Rosato.

Il sud. Prima dell’estate ho iniziato a lavorare con Cantina Morone, nella zona di Benevento. Anche in questo caso l’innamoramento per un vino che avevo sempre trovato anonimo: la Falanghina, la loro punta di diamante. Favolosi anche il Fiano e un piccolo vitigno a bacca scura ultimamente riscoperto, il Pidirosso.

Passiamo poi in Calabria, perché finalmente nel listino Senza Trucco c’è A’ Vita, di Francesco de Franco. Un Cirò come si deve, elegante e potente allo stesso tempo, strappo ai vini di una regione che non ha mai compreso appieno il proprio potenziale.

Infine salto in Francia, con i produttori di due Champagne del gruppo Co.Vi. Bio. : Jacques Lassaigne (Blanc de Blanc) e Olivier Horiot (Pinot Nero).

Piccolo ripasso sulle altre aziende:

Piemonte

– Caroussin

– Cantine del Castello Conti

– Coutandin

– Baldo Rivella

– Remo Hohler

Lombardia – Oltrepò Pavese

– Piccolo Bacco del Quaroni

Veneto

– Ca’ dei Zago

Friuli Venezia Giulia

– Zidarich

– Franco Terpin

Liguria

– Le Rocche del Gatto

Emilia Romagna

– Vigneto San Vito

– Quarticello

– Vittorio Graziano

Toscana

– Podere Le Boncie

Marche

– La Distesa

– La Marca di San Michele

Abruzzo

– De Fermo

Campania

– Cantina Giardino

Sicilia

– Nino Barraco

– Valcerasa Bonaccorsi

– Punta dell’Ufala

Francia

– Mark Kreidenweiss – Alsazia

– Emmanuel Giboulot – Borgogna

– Chateau de la Selve – Ardèche

Sto costruendo proprio in questi giorni il sito di Senza Trucco: spero che finalmente sarà più facile trovare informazioni sul nostro lavoro!


Vignaioli di Langa e Piemonte

Banner_VIgnaioli_di_Langa_2Se durante il prossimo weekend vi capitasse di trovarvi a Roma, ricordatevi che c’è un appuntamento che gli appassionati di vino “come si deve” non possono perdersi. Infatti Tiziana Gallo presenta la quarta edizione di una manifestazione che ha avuto grandissimo successo gli anni scorsi: Vignaioli di Langa e Piemonte. Vediamo se riesco a fare tutti i nomi dei produttori presenti, senza dimenticare nessuno: Adriano, Alario, Antoniolo, Barale, Baudana, La Biòca, Borgogno, Boveri, Ca’ ed Balòs, Bovio, Brezza, Carussin, Cassina, Il Chiosso, Cantine del Castello Conti, Fornace, Cavallotto, Cortese, Cieck, La Colombera, Fenocchio, Gonella, La Raia, Lo Spaventapasseri, Molinetto, Mossio, Oltretorrente, Podere ai Valloni, Ressia, Rinaldi, Tenute Sella, Rivella, Roccheviberti, Rocco di Carpeneto, Trediberri, Vajra, Castello di Verduno. Una serie di cantine che non possono che fare venire l’acquolina in bocca a chi ama i vini piemontesi. Produttori che provengono non soltanto dalle Langhe, ma da tutto il Piemonte vitivinicolo si ritrovano sabato 15 novembre (12.30 – 19.30) e domenica 16 novembre (12 – 20) all’hotel The Westin Excelsior Rome, in via Veneto 125. E’ l’unica occasione romana  in cui è possibile assaggiare così tante etichette piemontesi tutte assieme, accompagnate dai prodotti gastronomici di D.o.l. (di origine laziale). Conosciamo bene come lavora Tiziana Gallo e la qualità altissima di tutti i suoi eventi: motivo in più per non perdersi un incontro così unico!


Una giornata con Nino Barraco

Approfittando della chiocciola Slow Wine e della sua trasferta a Torino, ieri ho rapito Nino Barraco per l’intera giornata e l’ho sfoggiato in giro per la città, un po’ come si fa quando si ha una bella fidanzata. Prima sosta, pranzo Al Gatto Nero, da Andrea Vannelli, che conosce Nino da anni. Non potrei citare tutte le portate di cui io e Nino eravamo sempre più entusiasti, dai peperoni con le acciughe alla trippa alla fiorentina a un’incredibile torta con farina di castagne, che temo non riuscirò più a dimenticare. Però posso soffermarmi su una bottiglia in particolare delle quattro che Andrea ci ha portato, questIMG_2041a volta direttamente da quello che lui chiama il suo “museo”. Un Gigondas di Pierre Amadieu, Cotes du Rhone, del 1969, Grenache in purezza. Nino, che è mio coetaneo, mi ha ricordato che sempre meno spesso ci capiterà di bere vini più vecchi di noi… Naso ovviamente chiuso all’inizio, con una predominanza di note di botti in cantina. Poi l’ossigeno ha aperto la strada più che a sentori particolari, a una serie di richiami emotivi, come se a questo vino, dopo tanti anni in silenzio, andasse di parlare direttamente all’anima, più che ai sensi. In bocca una freschezza impressionante, a cui non avremmo dato più di una decina d’anni. Corpo leggiadro, toni trasparenti e una lunghezza davvero notevole. Senza dimenticare un’intensità espressiva che rimandava alle note originarie del vitigno, dirette e senza orpelli. Un bel regalo di Andrea Vannelli, che abbiamo salutato dopo tre ore di quello che Nino ha definito “piacere puro”.

Una breve pausa prima di passare a fare un saluto a Marco del De Gustibus, che ci ha fatto assaggiare un metodo classico che né io né Nino conoscevamo, il Brut di Sebastian Stocker, un produttore altoatesino che realizza i suoi spumanti a partire da uve Chardonnay, Pinot Bianco e Sauvignon. Intenso, complesso e pieno in bocca, come se non volesse lasciare nemmeno un angolino ignaro della sua esistenza. Accattivante e persistente, dal perlage sinuoso, profumato di erbe d’alta montagna e pane appena sfornato. Una merenda come se ne dovrebbero fare sempre.IMG_2052

IMG_2046Chiusura in bellezza con la serata dedicata proprio a Nino Barraco dall’Enoteca Bordò: una festa da fine Salone in piena regola. Street Food siciliano, come solo Francesca Bordonaro sa fare qui a Torino, con l’arancina di sarde, il “Pesce d’uovo”, la tartina con caponatina, il cous cous alla trapanese e un favoloso cannolo. In abbinamento i vini di Nino (peccato per il dolce… la Milocca – da uve surmature di Nero d’Avola – deve essere IMG_2048ancora imbottigliata): Rosammare, Catarratto e Zibibbo. Il IMG_2047Rosammare 2013 è praticamente finito, però Nino assicura che il 2014 sarà ancora meglio. Si sente il profumo del mare, dell’estate, con il Nero d’Avola che, spogliato della sua IMG_2058scorza più esterna, mostra l’intima essenza. Il Catarratto, territoriale, direi campanilistico, con le sue note dorate di Sicilia assolata e il suo corpo arrembante, strutturato, da vino rosso. Infine lo Zibibbo, ammaliante al naso e secco in bocca, come una donna che promette e lascia sperare, per poi rimandarti al prossimo appuntamento, come al prossimo sorso.


ELIANA NEGRONI

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