Rocco di Carpeneto

Lidia Carbonetti

Lidia Carbonetti

Una delle ultime aziende entrate nella distribuzione Senza Trucco. Non conoscevo Rocco di Carpeneto e una mattina sono arrivati Lidia e Paolo nel mio magazzino e mi hanno portato ad assaggiare le bottiglie. La simpatia è stata immediata, Lidia Carbonetti sorridente e diretta, da buona romana, Paolo Baretta gentile e pacato, più nordico. Il loro atteggiamento umile ma determinato, la passione per il vino che producono e per una terra con cui non avevano legami di alcun tipo, prima di decidere di cambiare vita mi hanno fatto capire di essere di fronte a delle persone davvero interessanti. Nella scelta coraggiosa di scegliere un’altra strada trovo sempre uno stimolo per me: Paolo nel video dice che in tanti sono stufi di Milano, ma poi sono davvero pochi quelli che se ne vanno per dimostrarsi che si può vivere anche secondo le proprie inclinazioni.

Poi abbiamo aperto assieme i vini, che hanno tutti nomi ricavati dall’antico dialetto della zona. Così il Cortese Piemonte DOC, Ròo, che significa suggestivamente “alone della luna”. Dai profumi delicati ma seducenti, con un corpo intenso retto da una bella acidità e dalla mineralità tipica di queste zone. Poi Rapp – grappolo –  una Barbera del Monferrato Superiore DOCG, di cui mi hanno colpito i profumi e la freschezza antica, di Barbera di una volta, sferzante al punto giusto per accompagnare i contadini lungo tutta la giornata. Infine i Dolcetti. Quando Lidia e Paolo mi hanno scritto la prima volta mi hanno detto di ispirarsi a Pino Ratto, di cui non potrò che portare nel cuore il ricordo affascinante, suo e dei suoi Scarsi e Olive. Prima di tutto l’Aur-oura – or ora – un Monferrato doc Dolcetto che fermenta e matura in acciaio. Il vino base della casa, facile e immediato, per questo pericoloso! Poi il Losna – lampo di fulmine – Ovada DOCG, intenso e allo stesso tempo beverino, una di quelle bottiglie da cui faccio fatica a staccarmi. La fermentazione avviene in acciaio e la maturazione in legno usato, per almeno 12 mesi. Poi lo Steira – stella – altro Ovada DOCG che proviene da una vigna di 50 anni. La fermentazione e la maturazione (almeno 20 mesi) si svolgono in legno usato. Infine l’Erche – arcobaleno – Ovada DOCG riserva, riflessivo, a tratti cupo, recupera attraverso le radici delle viti l’essenza di questo spazio di Piemonte. Soltanto lieviti indigeni e nessuna filtrazione.

Quando sono andata in azienda c’era soltanto Paolo, perché Lidia era a Roma per una degustazione. La potete vedere nella foto qui sopra, mentre Paolo è il protagonista del video che trovate qui:


Remo Hohler – un punto di vista alternativo

Uno dei produttori che distribuisco, Remo Hohler, che ha l’azienda a Cassinasco (AT), qualche giorno fa ha pubblicato il remo hohlervideo di un suo seminario il cui titolo era: “La flavescenza dorata dal punto di vista energetico e spirituale”. Conoscendolo e stimandolo parecchio, ho deciso di ritagliarmi due ore per guardare l’intero filmato. A dire il vero la flavescenza dorata è soltanto l’argomento-spunto per trattare la sua filosofia come viticoltore, che mi piacerebbe riassumere velocemente per chi non avesse il tempo di guardarsi l’intera conferenza. Con un avvertimento: queste linee di pensiero sono sconsigliate a tutti coloro che hanno un approccio razionale alla vita e che ritengono che ogni aspetto del mondo sia a sè stante e non collegato agli altri. Per quanto mi riguarda, appoggio totalmente tutto quello che dice Remo, a costo di perdere credibilità di fronte a chi non vuole sentire la parola “spiritualità”.

Remo inizia il suo discorso parlando di un’azienda agricola del biellese, in cui non esistono le classiche malattie delle piante, per quanto quella zona sia comunque altamente colpita. I loro trattamenti di rame e zolfo sono soltanto tre in un anno e le piante stanno benissimo. Com’è possibile?

Ognuno di noi ha il potere di indirizzare la propria vita in una direzione o in un’altra. Si può fare parte della massa che subisce le scelte altrui, oppure ci si può differenziare diventando i creatori di qualcosa di nuovo e fondamentale per l’umanità. Un comportamento innovativo e diverso causa isolamento e derisione da parte della società, però permette di attivare una rivoluzione di cui poi la stessa società beneficerà. Questa la premessa di Remo per affermare che il suo pensiero potrà sembrare folle e irrazionale ai più, ma che questa è la sua sfida per cercare di cambiare e migliorare il mondo in cui vive.

A partire dal minuto 16:43 c’è un lungo estratto dalla trasmissione Voyager in cui si affronta il tema della sensibilità delle piante: a partire dagli anni sessanta diversi esperimenti realizzati in differenti parti del mondo hanno confermato che le piante hanno reazioni emotive a determinate situazioni e che avvertono il pericolo o la tranquillità e il benessere. In un’azienda toscana, da quando sono stati istallati nelle vigne degli amplificatori che riproducono tutto il giorno musica classica, le viti sono molto più sane e rigogliose. Un botanico statunitense di fine ottocento, Luther Burbank, pur essendo autodidatta e non avendo studiato biologia, era stato in grado di creare più di ottocento specie nuove, semplicemente prendendosi cura delle sue piante, accudendole e parlando con loro. Questo per dimostrare come le piante, esattamente allo stesso modo di uomini e animali, sono sensibili alla gioia e al dolore e sono in grado di percepire l’amore, rispondendo con rigogliosità. Ecco la ricetta di Remo per rendere le sue vigne più sane e resistenti rispetto alle malattie: prendersi cura di loro con dedizione. A questo proposito, Remo riporta un aneddoto riguardante la sua vita. Nel 2007 è morta sua moglie, con cui era arrivato venticinque anni fa dalla Svizzera e aveva acquistato la cascina per dare vita a un’azienda agricola. I quattro figli non avevano intenzione di lavorare in campagna e più volte Remo, caduto in profonda depressione, aveva pensato di estirpare le vigne. Tutte, tranne un piccolo pezzo davanti a casa, che nella sua mente continuava a salvare. Negli ultimi anni i vigneti di Remo hanno avuto gravissimi problemi di flavescenza dorata. Lui non riusciva a spiegarsi quale fosse la causa, fino a quando ha realizzato che l’unica parte del vigneto non colpita era quella che lui mentalmente salvava dall’estirpazione. Doveva correre ai ripari, dimostrando alle sue viti che non voleva più disfarsi di loro. Ha iniziato ad accudirle amorevolmente e integrare dei trattamenti contro la malattia con infusi di piante, secondo i dettami della biodinamica. E da lì ha cominciato a documentarsi su tutte le più antiche forme di agricoltura naturale, che oggi vengono ottusamente definite “alternative”. Non ultimo, ha deciso di pregare tre volte al giorno per ringraziare di essere proprietario terriero in un momento in cui la società vede i contadini come ignoranti e bifolchi.

Anch’io sono convinta che l’unica rivoluzione possibile in questo mondo possa partire dai contadini, depositari di saperi ancestrali e, paradossalmente, gli unici davvero proiettati verso il futuro. Ringrazio Remo per aver dato ancora più forza a un pensiero che, mano mano che mi occupo di vini naturali, sta prendendo piede nella mia testa. Non è questione di gusto o di moda: bere e mangiare rispettando l’ambiente è una necessità etica, una forma di rispetto verso il mondo e verso se stessi.

Qui di seguito il seminario al completo:


Nuove aziende

senza_trucco_viniLa mia piccola distribuzione di Vini Senza Trucco compie un anno in questi giorni. E’ un lavoro stupendo, anche se ogni tanto mi affaccio ancora in qualche enoteca in cui al solo sentire parlare di vini biologici e biodinamici vedo reazioni tipo gatto davanti alla vasca da bagno. Fortunatamente le nuove generazioni hanno approcci più possibilisti, anche quando non hanno diretta conoscenza delle etichette che propongo. Per non parlare dei locali che hanno da tempo in carta i vini naturali, che esultano ogni volta che prendo una nuova azienda in listino. Nel’ultimo periodo praticamente è una festa, anche perché ho deciso di non farmi spaventare dai rischi economici e aumentare le cantine, seguendo passione e istinto.

Iniziamo dal Piemonte. Già a maggio ho contattato due produttori che poi nei mesi sono diventati punti cardine del mio listino: Enrico Druetto e Tommaso Gallina (Asotom), che collaborano fra loro e danno declinazioni forti e personali dei vitigni della loro zona, Barbera su tutti. Da settembre è invece etrato a fare parte del gruppo Senza Trucco Simone Roveglia, dell’azienda Spaventapasseri (marchio Cento Filari), ottime Freisa e Barbera e incredibile Pinot Nero dal nome suggestivo, Brigante. Questa volta siamo a Mombaruzzo, nell’astigiano. A ottobre mi hanno contattata Lidia e Paolo della cantina Rocco di Carpeneto, che abitavano e lavoravano a Milano e hanno lasciato tutto per comprare una cascina in una zona che non conoscevano, Ovada. Il loro punto di riferimento è il Dolcetto di Pino Ratto, che ci ha lasciato un paio di settimane fa e di cui ricorderò sempre l’arte che impregnava qualsiasi cosa facesse. Dolcetto favoloso, come dovrebbe sempre essere in quelle zone, e poi Barbera e Cortese buonissimi. Infine, ultimo ingresso, Andrea Tirelli, sui colli tortonesi. Per intenderci, quello che ha sulle etichette il Triskell celtico. Torinese di origine, tornato nelle vigne dei nonni per non abbandonare un pezzo di cuore: da anni in biodinamica, fa poche bottiglie di Timorasso, Cortese, Barbera, Freisa e Dolcetto.

Cambiamo regione. Non pensavo che avrei mai preso un Franciacorta, ma Tommaso Gallina mi ha fatta contattare da Ca’ del Vent. Assaggiare le loro bollicine è stata una rivelazione: niente di più lontano dai vini costruiti a tavolino dagli industriali della provincia bresciana. Anima e sensibilità nel capire le vigne e interpretare le vinificazioni. Un festa.

Anche in Veneto ho un nuovo nome: Franco Masiero (del gruppo Co.Vi.Bio.), un piccolissimo produttore di Merlot e a breve anche di Pinot Nero. Siamo a 500 metri sul mare, in zona vulcanica. Un vino che mi ha fatta riappacificare con un vitigno che non ho mai amato.

In Liguria da qualche mese c’è un nuovo nome, molto amato dai frequentatori dell fiere: Santa Caterina di Andrea Kihlgren. Su tutti il Vermentino, stratosferico. Unico neo: le bottiglie finiscono troppo presto!

Ci ho messo un po’, ma alla fine ce l’ho fatta ad aggiungere una delle zone più blasonate del nostro paese. Era un po’ che facevo gli occhi dolci a Francesca Padovani di Campi di Fonterenza: in genere il Brunello non è uno dei miei vini preferiti, ma la sua versione, rigorosa e tradizionale corrisponde perfettamente a quello che amo nel vino. Buonissimi anche il Rosso e il Rosato.

Il sud. Prima dell’estate ho iniziato a lavorare con Cantina Morone, nella zona di Benevento. Anche in questo caso l’innamoramento per un vino che avevo sempre trovato anonimo: la Falanghina, la loro punta di diamante. Favolosi anche il Fiano e un piccolo vitigno a bacca scura ultimamente riscoperto, il Pidirosso.

Passiamo poi in Calabria, perché finalmente nel listino Senza Trucco c’è A’ Vita, di Francesco de Franco. Un Cirò come si deve, elegante e potente allo stesso tempo, strappo ai vini di una regione che non ha mai compreso appieno il proprio potenziale.

Infine salto in Francia, con i produttori di due Champagne del gruppo Co.Vi. Bio. : Jacques Lassaigne (Blanc de Blanc) e Olivier Horiot (Pinot Nero).

Piccolo ripasso sulle altre aziende:

Piemonte

– Caroussin

– Cantine del Castello Conti

– Coutandin

– Baldo Rivella

– Remo Hohler

Lombardia – Oltrepò Pavese

– Piccolo Bacco del Quaroni

Veneto

– Ca’ dei Zago

Friuli Venezia Giulia

– Zidarich

– Franco Terpin

Liguria

– Le Rocche del Gatto

Emilia Romagna

– Vigneto San Vito

– Quarticello

– Vittorio Graziano

Toscana

– Podere Le Boncie

Marche

– La Distesa

– La Marca di San Michele

Abruzzo

– De Fermo

Campania

– Cantina Giardino

Sicilia

– Nino Barraco

– Valcerasa Bonaccorsi

– Punta dell’Ufala

Francia

– Mark Kreidenweiss – Alsazia

– Emmanuel Giboulot – Borgogna

– Chateau de la Selve – Ardèche

Sto costruendo proprio in questi giorni il sito di Senza Trucco: spero che finalmente sarà più facile trovare informazioni sul nostro lavoro!


Vignaioli di Langa e Piemonte

Banner_VIgnaioli_di_Langa_2Se durante il prossimo weekend vi capitasse di trovarvi a Roma, ricordatevi che c’è un appuntamento che gli appassionati di vino “come si deve” non possono perdersi. Infatti Tiziana Gallo presenta la quarta edizione di una manifestazione che ha avuto grandissimo successo gli anni scorsi: Vignaioli di Langa e Piemonte. Vediamo se riesco a fare tutti i nomi dei produttori presenti, senza dimenticare nessuno: Adriano, Alario, Antoniolo, Barale, Baudana, La Biòca, Borgogno, Boveri, Ca’ ed Balòs, Bovio, Brezza, Carussin, Cassina, Il Chiosso, Cantine del Castello Conti, Fornace, Cavallotto, Cortese, Cieck, La Colombera, Fenocchio, Gonella, La Raia, Lo Spaventapasseri, Molinetto, Mossio, Oltretorrente, Podere ai Valloni, Ressia, Rinaldi, Tenute Sella, Rivella, Roccheviberti, Rocco di Carpeneto, Trediberri, Vajra, Castello di Verduno. Una serie di cantine che non possono che fare venire l’acquolina in bocca a chi ama i vini piemontesi. Produttori che provengono non soltanto dalle Langhe, ma da tutto il Piemonte vitivinicolo si ritrovano sabato 15 novembre (12.30 – 19.30) e domenica 16 novembre (12 – 20) all’hotel The Westin Excelsior Rome, in via Veneto 125. E’ l’unica occasione romana  in cui è possibile assaggiare così tante etichette piemontesi tutte assieme, accompagnate dai prodotti gastronomici di D.o.l. (di origine laziale). Conosciamo bene come lavora Tiziana Gallo e la qualità altissima di tutti i suoi eventi: motivo in più per non perdersi un incontro così unico!


Una giornata con Nino Barraco

Approfittando della chiocciola Slow Wine e della sua trasferta a Torino, ieri ho rapito Nino Barraco per l’intera giornata e l’ho sfoggiato in giro per la città, un po’ come si fa quando si ha una bella fidanzata. Prima sosta, pranzo Al Gatto Nero, da Andrea Vannelli, che conosce Nino da anni. Non potrei citare tutte le portate di cui io e Nino eravamo sempre più entusiasti, dai peperoni con le acciughe alla trippa alla fiorentina a un’incredibile torta con farina di castagne, che temo non riuscirò più a dimenticare. Però posso soffermarmi su una bottiglia in particolare delle quattro che Andrea ci ha portato, questIMG_2041a volta direttamente da quello che lui chiama il suo “museo”. Un Gigondas di Pierre Amadieu, Cotes du Rhone, del 1969, Grenache in purezza. Nino, che è mio coetaneo, mi ha ricordato che sempre meno spesso ci capiterà di bere vini più vecchi di noi… Naso ovviamente chiuso all’inizio, con una predominanza di note di botti in cantina. Poi l’ossigeno ha aperto la strada più che a sentori particolari, a una serie di richiami emotivi, come se a questo vino, dopo tanti anni in silenzio, andasse di parlare direttamente all’anima, più che ai sensi. In bocca una freschezza impressionante, a cui non avremmo dato più di una decina d’anni. Corpo leggiadro, toni trasparenti e una lunghezza davvero notevole. Senza dimenticare un’intensità espressiva che rimandava alle note originarie del vitigno, dirette e senza orpelli. Un bel regalo di Andrea Vannelli, che abbiamo salutato dopo tre ore di quello che Nino ha definito “piacere puro”.

Una breve pausa prima di passare a fare un saluto a Marco del De Gustibus, che ci ha fatto assaggiare un metodo classico che né io né Nino conoscevamo, il Brut di Sebastian Stocker, un produttore altoatesino che realizza i suoi spumanti a partire da uve Chardonnay, Pinot Bianco e Sauvignon. Intenso, complesso e pieno in bocca, come se non volesse lasciare nemmeno un angolino ignaro della sua esistenza. Accattivante e persistente, dal perlage sinuoso, profumato di erbe d’alta montagna e pane appena sfornato. Una merenda come se ne dovrebbero fare sempre.IMG_2052

IMG_2046Chiusura in bellezza con la serata dedicata proprio a Nino Barraco dall’Enoteca Bordò: una festa da fine Salone in piena regola. Street Food siciliano, come solo Francesca Bordonaro sa fare qui a Torino, con l’arancina di sarde, il “Pesce d’uovo”, la tartina con caponatina, il cous cous alla trapanese e un favoloso cannolo. In abbinamento i vini di Nino (peccato per il dolce… la Milocca – da uve surmature di Nero d’Avola – deve essere IMG_2048ancora imbottigliata): Rosammare, Catarratto e Zibibbo. Il IMG_2047Rosammare 2013 è praticamente finito, però Nino assicura che il 2014 sarà ancora meglio. Si sente il profumo del mare, dell’estate, con il Nero d’Avola che, spogliato della sua IMG_2058scorza più esterna, mostra l’intima essenza. Il Catarratto, territoriale, direi campanilistico, con le sue note dorate di Sicilia assolata e il suo corpo arrembante, strutturato, da vino rosso. Infine lo Zibibbo, ammaliante al naso e secco in bocca, come una donna che promette e lascia sperare, per poi rimandarti al prossimo appuntamento, come al prossimo sorso.


Vino al vino: il primo viaggio – La Sicilia

SIamo nell’autunno del 1968 e Mario Soldati parte per il primo dei tre viaggi raccontati in Vino al Vino. Inizia dalla Sicilia e attraversa le province di Catania, Siracusa e Palermo. Gli spostamenti, le visite nei vigneti e nelle cantine e gli incontri organizzati o casuali diventano il movente per esprimere sentimenti ferrei legati al vino, riportabili però a ideologie più ampie e ariose, che conivolgono ogni aspetto della vita. Non dimentichiamoci l’anno di questo viaggio.

Il vino non è una entità omogenea né omogenizzabile. Il vino è qualcosa, sempre, di vivo, di locale, di individuale… Il vino in sè non può e non potrà mai essere un prodotto industriale. “Vino industriale” è una contraddizione in termini. Il vino è un prodotto, sempre e soltanto, artigianale… Industriale, tuttavia, potrebbe essere lo smercio dei vino. L’optimum, per i consumatori di vino, oggi sarebbe dunque un’organizzazione a carattere (questa sì!) industriale, che scopra vini genuini, autentici, di quantità forzatamente molto limitata, e provveda ad assicurarsela, e la ridistribuisca ai consumatori garantendo loro assoluta autenticità, genuinità e perfetta conservazione.

Inutile sottolineare come il mio progetto Vini Senza Trucco si riconosca alla perfezione in queste parole, speriamo anche la realizzazione! Ma andiamo avanti. Nelle righe di Soldati non ci sono soltanto discorsi generali sul vino, ma ovvimente l’autore si addentra nello specifico, analizzando le produzioni delle singole zone e addirittura delle singole cantine, dichiarando apertamente le proprie predilezioni. A proposito dei vini dell’Etna, per esempio, dichiara:

Presto ci accorgiamo che i bianchi sono, nettamente, superiori ai rossi. C’è forse un motivo? Ecco qua. Caratteristica di qualunque vino siciliano è uno speciale sapore violento, acre, catramoso, che qualche volta è sgradevole: che a qualche palato (diciamolo francamente, perché no?) è sempre sgradevole, ma che non è necessariamente sgradevole e non è mai sgradevole quando il vino sia prodotto genuinamente, senza additivi, senza eccessive dosi di solfitanti, e quando sia, eventualmente, chiarificato mediante refrigerazione, ma a stretta regola d’arte, con un calcolo esatto, e fortunato, dei tempi e delle temperature. Si gusta allora un vino che non assomiglia a nessun altro… Il carattere del vino siciliano sembra coincidere con la presenza indistruttibile delle qualità caloriche, carboniche, vulcaniche della terra dove crescono le viti: sembra coincidere con una traccia misteriosa di quello stesso fuoco, che ci è apparso dai finestrini dell’aereo nel luminoso serpente eruttato dall’Etna e che certamente deve essere sparso un po’ dappertutto, a non troppa distanza dalla superificie, sotto la terra e sotto le rocce della grande isola. Salvo qualche eccezione, questo “ricordo del serpente di fuoco”, questo gusto del vino di Siclia, è più accettabile nei bianchi che non nei rossi. I rossi di Sicilia, e tanto più i rossi dell’Etna, sono meno accettabili dei loro corrispondenti bianchi appunto perché quel gusto di fuoco sembra che ci sia “passato troppo dentro”: i bianchi invece lo hanno filtrato, lo hanno ridotto a un’ombra, a un sospetto, a una leggerissima vena acre che non può non piacere.

A prescindere dalla condivisione di questo gusto, come si potrebbe descrivere in modo più emotivo e poetico il vino siciliano? Leggendo ho risentito in bocca le striature laviche dei vini di Valcerasa, Graci, Biondi…

Proprio nel resoconto del viaggio in Sicilia Soldati coglie poi l’occasione per parlare dei vini da taglio:

Alla base di tutta la produzione enologica italiana, esiste una disgraziata legge della fine dell’Ottocento, che proibisce, sotto pene severissime, di vinificare mediante l’aggiunta di qualsiasi quantità di zucchero, e che, contemporaneamente, impone che il vino tocchi almeno i dieci gradi di alcol… Molti vini della Val Padana, delle Prealpi, dell’Appennino Ligure, sono squisiti senza che raggiungano i deici gradi… Tanto a lungo e con tanta severità fu applicata la legge, che ancora oggi, in tutta Italia, è diffusa la falsa credenza che l’aggiunta di zucchero durante la vinificazione sia nociva alla salute, mentre l’aggiunta di zucchero è assolutamente innocua, e la legislazione francese, così meticolosa in questo campo, la permette. Lo scopo della nostra legge era ben altro: era, molto semplicemente, ma non altrettanto esplicitamente, quello di aiutare i baroni viticoltori dell’Italia Meridionale, e in particolar modo delle Puglie e di Sicilia, a vendere i loro mosti… Nacque il famoso “taglio”, che tanta parte ha nella decadenza dei nostri vini e, soprattutto, delle nostre capacità di gustare il vino.

Non avevo mai pensato a questa datata legge in simili termini, però il ragionamento non fa una grinza e, considerando il grado di rigore morale e la preparazione di Soldati, mi è più facile credere alle sue parole che confutarle, anche se mi piacerebbe parlarne con qualcuno più esperto di me.

Qui finiamo il viaggio in Sicilia, anche se ci sarebbe ancora molto da dire, e diamo appuntamento alla prossima tappa di Soldati, quella in Campania.


QUANDO NON SI USANO DISSECCANTI

Filare di viti zappato a mano

Filare di viti zappato a mano

Ecco un altro articolo di Enrico Druetto, il nostro amico farmacista, che mi stupisce sempre di più con i suoi pensieri e i suoi vini: ho appena assaggiato “Parej”, l’ultimo nato in cantina, un blend di Barbera e Freisa, fresco e potente, romantico e anarchico: come è possibile definire così un vino? Avrò modo di raccontarvi in un altro momento la degustazione…

Esistono molti lavori in vigna che risultano lunghi ed estenuanti. Tra questi i più odiosi sono la spollonatura (ovvero l’eliminazione deI ricacci della vite alla base e sul tronco) e la zappatura dell’erba intorno alle piccole viti. Spesso quest’ultima fatica viene aggirata ricorrendo all’utilizzo di grandi quantità di disseccanti o diserbanti, anche in zone che fanno del turismo enologico la propria bandiera.

Per rendersi conto del problema è sufficiente fare un giro in primavera fra le vigne delle Langhe, del Chianti ma anche dell’Alsazia, dello Champagne, ecc.: non potrete far a meno di notare delle orrende strisce rosso-brune ai piedi dei filari, inequivocabile effetto dei disseccanti!

Vite appena rifinita

Vite appena rifinita

Per fortuna non lavorano tutti nello stesso modo. La fatica da mettere in conto per non ricorrere a quei mezzi può essere però TANTA. Per fare un esempio, quest’anno ho dovuto zappettare le circa 6000 viti del nuovo ettaro di vigna: premettendo che l’annata 2014 si sta rivelando più problematica del normale a causa delle piogge frequenti (tanta acqua, altrettanta erba), sono già al terzo giro di zappatura manuale; se si considera che per pulire una singola vite sono necessarie 20- 30 zappettate significa che sono state effettuate dalle 120 alle 180.000 ( CENTO-OTTANTA-MILA!!! ) zappate per giro, divise fra quattro persone.

Per fortuna quando le viti saranno al 3°-4° anno, si potrà ricorrere a mezzi meccanici che mi aiuteranno a ridurre il tempo necessario per questo lavoro da 400-500 a 70-80 ore a ettaro.

Quando si riesce ad arrivare alla fine di lavori come questo, si ha una sensazione di grande appagamento, quasi si fosse riusciti a realizzare una straordinaria impresa. Tutte le volte obbligo mio padre, mia madre o chi capita, a venire a vedere quanto è stato fatto… e devo dire che mi guardano sempre con commiserazione, come a dire “Povero cretino, ma chi te l’ha fatto fare?!”.

Poco tempo fa, al ritorno dalla vigna, è mi è capitato di avere un cliente giunto inaspettatamente in cantina; al momento del pagamento mi chiede uno sconto: al posto che al terreno la zappata l’avrei data a lui (la 180’001)!

Piccola vite spontanea nata da seme

Piccola vite spontanea nata da seme


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