Vino al vino: il primo viaggio – La Sicilia

SIamo nell’autunno del 1968 e Mario Soldati parte per il primo dei tre viaggi raccontati in Vino al Vino. Inizia dalla Sicilia e attraversa le province di Catania, Siracusa e Palermo. Gli spostamenti, le visite nei vigneti e nelle cantine e gli incontri organizzati o casuali diventano il movente per esprimere sentimenti ferrei legati al vino, riportabili però a ideologie più ampie e ariose, che conivolgono ogni aspetto della vita. Non dimentichiamoci l’anno di questo viaggio.

Il vino non è una entità omogenea né omogenizzabile. Il vino è qualcosa, sempre, di vivo, di locale, di individuale… Il vino in sè non può e non potrà mai essere un prodotto industriale. “Vino industriale” è una contraddizione in termini. Il vino è un prodotto, sempre e soltanto, artigianale… Industriale, tuttavia, potrebbe essere lo smercio dei vino. L’optimum, per i consumatori di vino, oggi sarebbe dunque un’organizzazione a carattere (questa sì!) industriale, che scopra vini genuini, autentici, di quantità forzatamente molto limitata, e provveda ad assicurarsela, e la ridistribuisca ai consumatori garantendo loro assoluta autenticità, genuinità e perfetta conservazione.

Inutile sottolineare come il mio progetto Vini Senza Trucco si riconosca alla perfezione in queste parole, speriamo anche la realizzazione! Ma andiamo avanti. Nelle righe di Soldati non ci sono soltanto discorsi generali sul vino, ma ovvimente l’autore si addentra nello specifico, analizzando le produzioni delle singole zone e addirittura delle singole cantine, dichiarando apertamente le proprie predilezioni. A proposito dei vini dell’Etna, per esempio, dichiara:

Presto ci accorgiamo che i bianchi sono, nettamente, superiori ai rossi. C’è forse un motivo? Ecco qua. Caratteristica di qualunque vino siciliano è uno speciale sapore violento, acre, catramoso, che qualche volta è sgradevole: che a qualche palato (diciamolo francamente, perché no?) è sempre sgradevole, ma che non è necessariamente sgradevole e non è mai sgradevole quando il vino sia prodotto genuinamente, senza additivi, senza eccessive dosi di solfitanti, e quando sia, eventualmente, chiarificato mediante refrigerazione, ma a stretta regola d’arte, con un calcolo esatto, e fortunato, dei tempi e delle temperature. Si gusta allora un vino che non assomiglia a nessun altro… Il carattere del vino siciliano sembra coincidere con la presenza indistruttibile delle qualità caloriche, carboniche, vulcaniche della terra dove crescono le viti: sembra coincidere con una traccia misteriosa di quello stesso fuoco, che ci è apparso dai finestrini dell’aereo nel luminoso serpente eruttato dall’Etna e che certamente deve essere sparso un po’ dappertutto, a non troppa distanza dalla superificie, sotto la terra e sotto le rocce della grande isola. Salvo qualche eccezione, questo “ricordo del serpente di fuoco”, questo gusto del vino di Siclia, è più accettabile nei bianchi che non nei rossi. I rossi di Sicilia, e tanto più i rossi dell’Etna, sono meno accettabili dei loro corrispondenti bianchi appunto perché quel gusto di fuoco sembra che ci sia “passato troppo dentro”: i bianchi invece lo hanno filtrato, lo hanno ridotto a un’ombra, a un sospetto, a una leggerissima vena acre che non può non piacere.

A prescindere dalla condivisione di questo gusto, come si potrebbe descrivere in modo più emotivo e poetico il vino siciliano? Leggendo ho risentito in bocca le striature laviche dei vini di Valcerasa, Graci, Biondi…

Proprio nel resoconto del viaggio in Sicilia Soldati coglie poi l’occasione per parlare dei vini da taglio:

Alla base di tutta la produzione enologica italiana, esiste una disgraziata legge della fine dell’Ottocento, che proibisce, sotto pene severissime, di vinificare mediante l’aggiunta di qualsiasi quantità di zucchero, e che, contemporaneamente, impone che il vino tocchi almeno i dieci gradi di alcol… Molti vini della Val Padana, delle Prealpi, dell’Appennino Ligure, sono squisiti senza che raggiungano i deici gradi… Tanto a lungo e con tanta severità fu applicata la legge, che ancora oggi, in tutta Italia, è diffusa la falsa credenza che l’aggiunta di zucchero durante la vinificazione sia nociva alla salute, mentre l’aggiunta di zucchero è assolutamente innocua, e la legislazione francese, così meticolosa in questo campo, la permette. Lo scopo della nostra legge era ben altro: era, molto semplicemente, ma non altrettanto esplicitamente, quello di aiutare i baroni viticoltori dell’Italia Meridionale, e in particolar modo delle Puglie e di Sicilia, a vendere i loro mosti… Nacque il famoso “taglio”, che tanta parte ha nella decadenza dei nostri vini e, soprattutto, delle nostre capacità di gustare il vino.

Non avevo mai pensato a questa datata legge in simili termini, però il ragionamento non fa una grinza e, considerando il grado di rigore morale e la preparazione di Soldati, mi è più facile credere alle sue parole che confutarle, anche se mi piacerebbe parlarne con qualcuno più esperto di me.

Qui finiamo il viaggio in Sicilia, anche se ci sarebbe ancora molto da dire, e diamo appuntamento alla prossima tappa di Soldati, quella in Campania.


QUANDO NON SI USANO DISSECCANTI

Filare di viti zappato a mano

Filare di viti zappato a mano

Ecco un altro articolo di Enrico Druetto, il nostro amico farmacista, che mi stupisce sempre di più con i suoi pensieri e i suoi vini: ho appena assaggiato “Parej”, l’ultimo nato in cantina, un blend di Barbera e Freisa, fresco e potente, romantico e anarchico: come è possibile definire così un vino? Avrò modo di raccontarvi in un altro momento la degustazione…

Esistono molti lavori in vigna che risultano lunghi ed estenuanti. Tra questi i più odiosi sono la spollonatura (ovvero l’eliminazione deI ricacci della vite alla base e sul tronco) e la zappatura dell’erba intorno alle piccole viti. Spesso quest’ultima fatica viene aggirata ricorrendo all’utilizzo di grandi quantità di disseccanti o diserbanti, anche in zone che fanno del turismo enologico la propria bandiera.

Per rendersi conto del problema è sufficiente fare un giro in primavera fra le vigne delle Langhe, del Chianti ma anche dell’Alsazia, dello Champagne, ecc.: non potrete far a meno di notare delle orrende strisce rosso-brune ai piedi dei filari, inequivocabile effetto dei disseccanti!

Vite appena rifinita

Vite appena rifinita

Per fortuna non lavorano tutti nello stesso modo. La fatica da mettere in conto per non ricorrere a quei mezzi può essere però TANTA. Per fare un esempio, quest’anno ho dovuto zappettare le circa 6000 viti del nuovo ettaro di vigna: premettendo che l’annata 2014 si sta rivelando più problematica del normale a causa delle piogge frequenti (tanta acqua, altrettanta erba), sono già al terzo giro di zappatura manuale; se si considera che per pulire una singola vite sono necessarie 20- 30 zappettate significa che sono state effettuate dalle 120 alle 180.000 ( CENTO-OTTANTA-MILA!!! ) zappate per giro, divise fra quattro persone.

Per fortuna quando le viti saranno al 3°-4° anno, si potrà ricorrere a mezzi meccanici che mi aiuteranno a ridurre il tempo necessario per questo lavoro da 400-500 a 70-80 ore a ettaro.

Quando si riesce ad arrivare alla fine di lavori come questo, si ha una sensazione di grande appagamento, quasi si fosse riusciti a realizzare una straordinaria impresa. Tutte le volte obbligo mio padre, mia madre o chi capita, a venire a vedere quanto è stato fatto… e devo dire che mi guardano sempre con commiserazione, come a dire “Povero cretino, ma chi te l’ha fatto fare?!”.

Poco tempo fa, al ritorno dalla vigna, è mi è capitato di avere un cliente giunto inaspettatamente in cantina; al momento del pagamento mi chiede uno sconto: al posto che al terreno la zappata l’avrei data a lui (la 180’001)!

Piccola vite spontanea nata da seme

Piccola vite spontanea nata da seme


Vino al Vino di Mario Soldati – capitolo primo

soldatiVino al Vino è un libro fondamentale nel cambiamento di prospettiva legata al vino. Quando il vino inizia a farsi industria, allora comunicano a emergere voci fuori dal coro, timbri autorevoli, che, in una società abbacinata dai fulgori del boom economico e dei consumi facili, cercano di ancorarsi alle tradizioni per salvare quanto di genuino l’Italia ha saputo produrre per centinaia d’anni. Prima Mario Soldati poi, come vedremo, Luigi Veronelli, con atteggiamenti diversi, ma sulla stessa lunghezza d’onda. L’approccio di Soldati è quello del narratore, che considera con sguardo disincantato la realtà circostante e punge i contemporanei su punti focali. Si definisce un amatore del vino, non un esperto. Eppure Vino al Vino è un testo fondamentale per chiunque si avvicini al nettare di Bacco. È composto dal resoconto di tre viaggi intrapresi in Italia a distanza di qualche anno l’uno dall’altro. Il primo nell’autunno del 1968, con un itinerario a partire dalla Sicilia per toccare di seguito Campania, Toscana, Lombardia, Trentino, Veneto, Nord del Piemonte e Valle d’Aosta. Il secondo viaggio risale invece all’autunno del 1970 e attraversa Alto Adige, Veneto, Friuli, Emilia Romagna, Marche, Abruzzo e Puglia. Infine, l’ultimo viaggio, Soldati lo fa nell’autunno del 1975 e visita Sardegna, Calabria, Abruzzo, Molise, Lazio, Umbria, Liguria e Piemonte meridionale. Insomma, non lascia fuori una singola regione e batte palmo palmo la maggior parte delle province italiane, in un momento storico in cui si inizia a parlare stabilmente di manipolazione del vino per renderlo più omologato e vendibile. La posizione di Soldati è fuori di dubbio, tanto più che le poche righe che introducono il primo viaggio riportano: “Parto per un viaggio alla ricerca di vini genuini”. In realtà il progetto di Vino al Vino era già in potenza nella mente di Soldati diversi anni prima, addirittura nel 1955, quando nel racconto Il vino di Carema sosteneva:

Se volete trovarvi bene in Italia – spiego ad amici stranieri – dovete scoprirla per conto vostro, affidandovi alla vostra fortuna e al vostro istinto, perché una grande legge in Italia è proprio questa: che, da noi, tutto ciò che ha un titolo, un nome, una pubblicità, vale in ogni caso molto meno di tutto ciò che è ignoto, nascosto, individuale. Le bottiglie di vino con etichetta sono quesi sempre cattive; le bottiglie senza etichetta e il vino sciolto quasi sempre buoni. Lo so che in Inghilterra alcuni ottimi whisky sono proprio quelli delle marche più note. E così in Francia certi Bordeaux e Bourgogne. Ma, in Francia e in Inghilterra, da secoli e non soltanto per vini e liquori, esiste un ponte tra società ed individuo, una civiltà organizzata, una gerarchia del costume. La nostra civiltà non è inferiore, ma diversa. È una civiltà anarchica, scontrosa e ribelle. Da noi, l’uomo di valore, come il vino prelibato, schiva ogni pubblicità: vuole essere scoperto e conosciuto in solitudine, o nella religiosa compagnia di pochi amici.

La posizione forte di difesa della genuinità dei vini Soldati la sostiene anche nell’introduzione a Vino al Vino – che si intitola significativamente Il momento del vino –  quando afferma:

Interminabili sono i ragionamenti che si possono fare e che si fanno, oggi, a proposito del vino in tutti i paesi dove il vino è di casa. Ecco alcuni temi principali di tali ragionamenti: la decadenza del vino per colpa della civiltà dei consumi; la sensazione che il vino si opponga costituzionalmente, e che sempre più debba opporsi, al consumismo, all’industrializzazione, alla pianificazione ecc.; la moda secondo cui sarebbe necessario difendere il vino vero: ancora una contestazione, insomma, da aggiungere a tutte le altre. Gli amatori di vino inesperti accusano i tecnici, gli enologi, di non partecipare, o di non partecipare abbastanza, a quest’opera di difesa, e di contribuire alla decadenza del vino: in alcuni casi senza resistere, e in altri casi addirittura prestandosi attivamente, alle pratiche di filtraggio, chiarificazione, refrigerazione, stabilizzazione, e a tutti i vari accorgimenti chimici o meccanici, che in definitiva, mirano a industrializzare il vino, con crescente ed evidente profitto economico, almeno iniziale, per i produttori, a cui essi enologi sono associati o da cui dipendono. Dirò subito che mi considero anch’io, del vino, un amatore inesperto. È vero, i “viaggi d’assaggio” che racconto nelle pagine seguenti, mi hanno istruito un pochino: ma il loro risultato più apprezzabile è stato di misurare, dopo anni di esperienze enologiche, quanto sia vasta ancora la mia ignoranza e l’arte del vino quanto difficile.

Sembra di leggere, con quarant’anni di anticipo, i recenti manifesti legati alla produzione di vino naturale. È un discorso d’avanguardia, fortemente politico. Nella salvaguardia della genuinità del vino è compresa la volontà di mantenere saldi i principi tradizionali di un territorio e di contrastare le innovazioni consumistiche che invadevano (e hanno continuato esasperatamente a invadere) il nostro paese. Così continua infatti Soldati nell’introduzione:

Enorme equivoco: si pensa, scioccamente, al vino nominato e desiderato come a una entità omogenea, intercambiabile, fissa: come se si trattasse di una data marca di aranciata, di birra, di wisky, o addirittura di un’automobile o di un frigorifero. Mentre il vino (il vino di una data qualità, zona di produzione circoscritta, annata, partita, botte e, in certi casi, bottiglia) può paragonarsi soltanto a un essere umano e vivente, immisurabile, inanalizzabile se non entro certi limiti, variabile per un’infinità di motivi, effimero, ineffabile, misterioso. Esigere un vino “stabile” è la più grande sciocchezza che un bevitore di vino possa commettere.

Un nuovo punto di vista, nel senso che fino a questo momento non si era mai pensato, perché non si era ancora presentata l’occasione dialettica, di difendere un certo tipo di vino rispetto a un altro. Fino alla seconda guerra mondiale il contadino beveva il suo bicchiere quotidiano di vino, che produceva da solo o che comprava al massimo dal vicino. Nel momento stesso in cui il vino ha smesso di essere esclusivamente alimento per trasformarsi in bisogno di lusso e assumere una valenza edonistica, è nata l’esigenza di parlarne in modo schierato. Soldati non è mai eccessivamente polemico: il suo è un ruolo di narratore, non di capopopolo. Eppure, a distanza di quasi mezzo secolo, i suoi scritti sul vino risuonano e sferzano ancora potenti, pieni di concetti pregnanti, a sostegno di un’ideologia inattaccabile, sobri (a dispetto dell’argomento) e spesso nostalgici:

Non possiamo che compiacerci del benessere e degli enormi progressi che la rivoluzione industriale ha portato all’Italia nell’ultimo ventennio. Ma, questo progresso, lo abbiamo pagato, lo paghiamo e lo pagheremo con una quantità di inevitabili guai minori, tra cui uno dei maggiori consiste appunto nella decadenza del vino.

Era solo un breve sguardo all’introduzione di Vino al Vino. E quanta forza. Immaginate cosa può emergere dalle pagine che raccontano i tre viaggi di Soldati. Ve ne parlerò un po’ per volta…


LE BARRIERE VERDI A PROTEZIONE DEI VIGNETI BIOLOGICI

Eccoci al nostro consueto appuntamento settimanale con gli articoli di Enrico Druetto. Mi rendo sempre più conto che la sua visione, che potrebbe sembrare romantica e bucolica, non è che il portato di una conoscenza antica, dei tempi in cui nella natura si cercava una collaboratrice e non un nemico da annientare.

Spesso i vigneti biologici si trovano vicino a vigneti, campi, frutteti che biologici non sono. E’ lecito chiedersi come si possa riuscire a garantire la salubrità del raccolto in queste condizioni.

Barriera di "avena altissima", cresciuta spontaneamente, e meli selvatici

Barriera di “avena altissima”, cresciuta spontaneamente, e meli selvatici

Di nuovo la natura ci mette a disposizione potenti mezzi per realizzare i nostri intenti. Per esempio i bellissimi iris (iris germanica) riescono ad accumulare nel loro rizoma grandi quantità di sostanze inquinanti sottraendole al terreno circostante; le comunissime canne (arundo donax), oltre a fornire alle viti tutori completamente biodegradabili e rinnovabili, si comportano da barriera frangivento bloccando con le loro foglie polveri asperse nell’aria; e ancora graminacee come l’avena, che cresce spontanea nei campi non diserbati (avena altissima), possono creare coi loro steli lunghi e sottili dei veri e propri “filtri” per l’aria che proviene dalle vicine coltivazioni.

Oltre a favorire e gestire l’insediamento di queste specie spontanee, io ho impiantato le nuove vigne a debita distanza dai confini dei miei terreni. Apparentemente potrebbe sembrare uno spreco di superficie coltivabile (oltre il 10% della coltivazione stessa), in realtà questo approccio alla gestione del suolo non sta dando risultati solo per quanto riguarda la pulizia del terreno ma inaspettatamente anche come rifugio per l’avifauna locale. Probabilmente l’agricoltura di tipo intensivo ha lasciato pochi spazi per la nidificazione degli uccelli o per le tane di topolini campestri, lepri, ecc.

Bulbi di Iris Germanica raccolti in prati stabili. In pochi anni creeranno delle vere e proprie bordure ai confini del vigneto, che serviranno per filtrare l'acqua proveniente dalla parte più alta della collina.

Bulbi di Iris Germanica raccolti in prati stabili. In pochi anni creeranno delle vere e proprie bordure ai confini del vigneto, che serviranno per filtrare l’acqua proveniente dalla parte più alta della collina.

Spesso durante i lavori estivi mi è capitato di vedere leprotti uscire dalle barriere di avena spontanea e avventurarsi all’interno della vigna a brucare un po’ di erba medica, oppure quaglie nascondersi sotto i ciuffi più alti per sfuggire allo sguardo dei corvi. Con tutta questa vita intorno, mi sono ricordato di quando vendemmiavo coi nonni, tanti anni fa, e in mezzo alle viti si trovavano i nidi dei passerotti…


LA COLTURA ASSOCIATA DI VITI E LEGUMINOSE NEL VIGNETO BIOLOGICO

Dopo due mesi di colpevole assenza, con in mezzo un ingombrante trasloco e una sospirata vacanza, Senza Trucco inaugura la stagione autunnale (qui a Torino stamattina sembra di essere a novembre) con un nuovo articolo di Enrico Druetto, il nostro amico farmacista/produttore, che sta riscontrando grande apprezzamento con i suoi interventi. Questa volta l’argomento è la coltura di leguminose nei vigneti: sarebbe bello se tutti potessero trarre insegnamento dalle parole di Enrico e ricorrere, come lui, alla natura quando ce n’è bisogno e non ripararsi sotto l’accogliente ombrello dei concimi chimici.

Quando si parla di vigna normalmente si pensa a una coltivazione organizzata di viti disposte in file parallele e basta.

La vigna è, o dovrebbe essere, invece un ecosistema complesso che ruota intorno alle piante: la parte aerea di esse è solo la punta dell’iceberg, mentre per diversi metri in profondità nel terreno avvengono l’assorbimento delle sostanze nutritive, la competizione fra radici di diverse specie vegetali, la simbiosi delle radici stesse con svariate micorrize, ecc.

E’ ormai riconosciuta da tempo l’utilità delle leguminose all’interno del vigneto per migliorarne la fertilità. Tra queste possiamo ricordare le fave, varie specie di trifoglio, il pisello proteico, il ginestrino e l’erba medica. Tutte specie in grado di produrre una grande quantità di biomassa che serve a reintegrare la parte organica del terreno, inevitabilmente impoverita dopo ogni vendemmia.

Giovani viti con alle spalle erba medica e avena

Giovani viti con alle spalle erba medica e avena

Con le loro radici le leguminose riescono a ospitare un batterio, l’azotobacter, in grado di fissare nel terreno l’azoto, indispensabile non solo per la vita delle piante ma anche per la fermentazione del mosto. Inoltre assorbono dal terreno e rendono disponibili tutta una serie di microelementi che le viti stesse non riuscirebbero a sfruttare da sole, specialmente in terreni argillosi e calcarei. Infine hanno la capacità di proteggere il terreno dal dilavamento eccessivo di nutrienti, che avviene dopo ogni pioggia intensa, e riducono l’erosione del suolo rendendolo più stabile.

Fra le leguminose un posto d’onore spetta sicuramente all’erba medica. Poco utilizzata in passato per un presunto eccesso di competizione radicale con le viti è invece l’unica specie in grado di produrre tanta sostanza organica quanta ne viene prelevata con la vendemmia. Ha radici che si spingono oltre i due metri di profondità e riescono ad aprire e arieggiare terreni molto compatti e asfittici come quelli argillosi. Per finire è in grado, con la sua fioritura prolungata e ripetuta, di attirare gli insetti pronubi come api e bombi.

Per evitare l’utilizzo di concimazioni chimiche è importante quindi ricorrere alle risorse che la natura ci ha messo a disposizione e gestire contemporaneamente sullo stesso appezzamento più specie vegetali rendendone la coltura sostenibile per molti anni.


Serata siciliana

Chiara Bordonaro e Michele Isola in abiti a tema

Chiara Bordonaro e Michele Isola in abiti a tema

Venerdì sera al Bordò di Torino c’è stato l’ultimo appuntamento del ciclo Siamo Ammare!, i venerdì estivi con serate a tema.

Chiusura in grande stile, con streetfood della cucina siciliana e il Vignammare di Nino Barraco, con una sorpresa non in carta, l’SP68 di Arianna Occhipinti.

Devo essere sincera: mi capita di frequente di assaggiare i piatti della chef, Francesca Bordonaro, e non mi stupisco per quello che riesce a creare. Ma “Pane e Panelle” e l'”Arancina” dell’altra sera sono stati una folgorazione. In particolare l’Arancina: credo dovrebbe diventare un piatto fisso nel menu del Bordò… mi sembrava di essere tornata a tre anni fa, quando ero a San Vito Lo Capo per il Festival Siciliambiente. Mancava solo il profumo del mare attorno.

Pane e Panelle e Arancina

Pane e Panelle e Arancina

Anzi, in realtà il mare si sentiva, nel vino di Nino: il Vignammare, Grillo da una vigna praticamente sulla spiaggia, che concentra in sé profumi spiazzanti di brezza, conchiglie, salsedine, sole al tramonto e chi più ne ha più ne metta. Un vino emotivo, che va associato a sensazioni estive, non a semplici sentori minerali, di frutta o erbacei. Quelli vanno bene per altri bicchieri: per i vini di Nino ci vogliono definizioni di cuore, di bei ricordi, di momenti intensi.

Vignammare

Vignammare

E il Vignammare racchiude in sé tutto questo.

In chiusura ho riassaggiato, dopo tanto tempo (troppo, mi mancava…), l’Sp68 rosso di Arianna Occhipinti. In quel bicchiere ho ritrovato la freschezza delle sere di Vittoria, i pomodori appena raccolti, i capperi a cespugli attorno alla casa, le centinaia di erbe che si mescolano nelle narici.

Devo ringraziare i ragazzi del Bordò per la bella serata, una ventata di estro siciliano in un’estate torinese che tanto estate poi non è.

 


Le vigne dimenticate

Oggi voglio dedicare il post al secondo articolo che mi ha mandato Enrico Druetto, dopo quello sul piantare una vigna a mano. L’argomento è la vendemmia nelle vigne dimenticate: come vi accennavo in settimana, Enrico e Tommaso Gallina, stanno recuperando dei vecchi vigneti destinati all’abbandono. Questa loro dedizione, che ai più potrà sembrare una folle lotta contro lo scorrere del tempo, per me è l’ennesima attestazione di un amore incondizionato per il territorio in cui vivono: la volontà di salvare storie e tradizioni è sintomo di una sensibilità antica, radicata e coraggiosa.

cascarolo bianco... la "nonna" di molte delle attuali varietà di vite piemontesi! Questa è l'ultima vite...

cascarolo bianco… la “nonna” di molte delle attuali varietà di vite piemontesi! Questa è l’ultima vite…

LA VENDEMMIA NELLE VIGNE DIMENTICATE

Ci sono vigne dimenticate perchè si trovano in posti molto scomodi, altre perchè non adattabili alla meccanizzazione integrale, altre, infine, perchè composte da una grande varietà di viti ritenute non più interessanti.

Qui in Monferrato capita di imbattersi in vecchi viticoltori che ostinatamente continuano a recarsi in vigne scomodissime perchè lì conservano delle viti che danno un’uva speciale.

Appena chiedi loro qualche informazione al riguardo, incominciano con una serie di storie riguardante amici che diedero loro un varietà particolare, di emigranti che portarono con sè viti della terra natia… di quella volta in cui, andando a caccia, scoprirono in una vigna delle specie che davano frutti strepitosi e loro subito a coglierne i tralci da innestare.

i colori della vite poco prima che cadano le foglie

i colori della vite poco prima che cadano le foglie

Non si spiegherebbe altrimenti il fatto che nelle nostre vigne di oltre 60-70 anni si trovino varietà come l’Ancellotta, il Moscato di Terracina, il Tocai Rosso (per alcuni è Aleatico), l’Hermitege (una varietà di Ruchè), il Sangiovese, il Bianver (in Francia Verdesse, in Svizzera Altesse), alcune malvasie liguri… l’elenco è lunghissimo.

Proprio queste vigne rappresentano per me la più grande risorsa a nostra disposizione per rilanciare la viticoltura del Monferrato, poiché la contemporanea presenza di più varietà all’interno di una piccola vigna ci permette di capire quali sono le viti più resistenti alle patologie fungine, alla siccità, all’incuria. 

vite di barbera centenaria

vite di barbera centenaria

Il momento in cui le antiche vigne danno il massimo spettacolo è sicuramente la vendemmia: percorrendo pochi metri tra i filari, ci si imbatte continuamente in diverse forme di grappolo, diverso colore degli acini, diverso portamento delle viti e del colore delle loro foglie, ma soprattutto si possono percepire i diversi sapori degli acini.

Ogni volta che vendemmio, mi commuovo al pensiero dello sforzo che fanno queste antiche viti nel produrre questi pochi grappolini. Chissà quanti viticoltori si sono incurvati su questa terra e quali pensieri avevano, quali preoocupazioni per portare a casa il frutto del loro lavoro.

grappolino di barbera da viti vecchie

grappolino di barbera da viti vecchie

Intanto, assaggiando un acino di Moscato di Terracina, mi immagino colui che lo portò con sè partendo da lontano… probabilmente  al momento di raccogliere quest’uva pensava alla sua terra.

Enrico Druetto


ELIANA NEGRONI

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