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Daniele Coutandin

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L’AZIENDA

Non ricordo nemmeno più chi mi abbia nominato il Ramìe la prima volta o dove ne abbia letto. So soltanto che, appena aperta la distribuzione, ho contattato subito Daniele e sono andata a trovarlo in azienda, a casa. Sì, perché nella vita di questa bellissima e compatta famiglia non c’è soluzione di continuità fra la gestione della quotidianità domestica e l’attività della cantina. Tutto si inserisce in un insieme armonico costituito da un territorio fortunato sulle pendici della Val Chisone, a una cinquantina di chilometri da Torino, un gruppo di case che sanno di antico e la volontà di preservare quanto di buono la tradizione ha consegnato. Le vigne sono esposte in un modo così miracoloso che anche in pieno inverno, a queste altitudini (fra i 650 e gli 800 metri), si può lavorare in maniche di camicia, tanto il sole è generoso. Avanà, Avarengo, Chatus, Becuet sono i nomi sconosciuti dei vitigni che si uniscono alla Barbera a formare il Ramìe, per la maggior parte coltivati ad alberello e, qua e là, fra i filari, crescono capperi, finocchietto selvatico e fichi d’india, manco fossimo in Sicilia. Daniele, che dal 2008 gestisce l’azienda fondata dai genitori Laura e Giuliano, inizia qualsiasi discorso parlando di rispetto per il territorio e per le piante: la linea guida è quella del minimo intervento, sulle piante, sul terreno e, naturalmente, in cantina, in modo che, come dice lui, quello che va in bottiglia è puro succo d’uva. Ogni tanto si siede su una panca di pietra in mezzo alla vigna e osserva le piante, le ascolta. La sua è una concezione quasi antropomorfica delle viti, per cui accenna a”ferite” e sensibilità, con il rispetto che si deve a qualsiasi essere vivente. E le piante gli sono riconoscenti e lo ripagano con salute, vigoria e grappoli succosi, ricchi di tutte le sostanze che sono libere di esprimersi in questi casi, quando la chimica è totalmente bandita. Andare a trovare la famiglia Coutandin è una vera esperienza, quasi un tuffo nel passato. Tutto è essenziale e concreto, dal modo di vivere ai rapporti umani, dal cibo al vino, che accompagna benevolo lo svolgimento della vita quotidiana. Quando si torna a casa, dopo qualche ora passata nella Borgata Ciabòt, rimane addosso una nostalgia di genuinità, che ha lo stesso sapore del Ramìe.

I VINI

Il mitico Ramìe, DOC del Pinerolese, è, come dicevo, l’unione di uve antiche dai nomi quasi leggendari. Il vino matura per almeno due anni in acciaio e, quando viene finalmente imbottigliato, si esprime in tutta la sua molteplicità. Naso elegante di frutti rossi e spezie e un palato diretto, con la freschezza che va a braccetto con la mineralità regalata dal territorio. Siamo in montagna, ma la struttura e l’alcolicità (sempre sopra i 13 gradi) non lo farebbero pensare.

Il Barbichè è realizzato con le stesse uve del Ramìe, ma soltanto nelle annate migliori e con le piante più vecchie. Matura in un primo momento in acciaio e poi in barrique usate, per circa tre anni. Un tocco più vellutato, sempre compreso nella vibrante espressività di questo territorio benedetto.

Qui di seguito il video realizzato nel maggio 2015:

 


Carussin

IMG_1390Ho conosciuto Bruna sull’Etna, qualche anno fa. Era arrivata in macchina e non in aereo dal Piemonte per poter fare visita a un allevamento di asini fuori dai normali percorsi. Con lei c’era Ami, la sua cagnolina. Mi era sembrata subito un personaggio diverso dal solito, di una spontaneità unica. Poi ho assaggiato i suoi vini e ho ritrovato tutto quello che mi era piaciuto di lei al primo incontro.

Quando mi sono trasferita a Torino, due anni fa, ho iniziato a frequentare la sua azienda a San Marzano Oliveto con una certa assiduità. Il marito Luigi e i figli Luca e Matteo sono della sua stessa pasta: una generosità disarmante e un’amicizia sincera, di quelle di un tempo. Ecco, a casa loro si ha sempre l’impressione di essere tornati nel Piemonte di una volta, dove ogni cosa va fatta con calma e non si può fare una visita breve per comprare una bottiglia di vino. Ci si siede, si beve, si mangia qualcosa di tipico e si chiacchiera, prendendo sempre più confidenza, fino ad andarsene pieni di soddisfazione del cuore e del palato.

Quando si arriva in azienda si viene accolti da un folto gruppo di asini, la passione di Bruna, poi ci si ferma al locale aperto da Matteo quattro anni fa, Grappolo Contro Luppolo, dove la parola d’ordine è kilometro zero. Tranne che per  le birre: in questo caso la ricerca è transoceanica, anche se fiore all’occhiello resta la birra di Luca, la Clandestino.

Non sono obiettiva quando parlo di Carussin, me ne rendo conto. L’affetto va al di là di qualsiasi considerazione, ma non del giudizio sui vini, che non può che essere condiviso. Sono in genere da bere giovani e sono soltanto due le etichette dedicate a un invecchiamento maggiore. La chiave di lettura è il legame con il territorio, viscerale.

Il Carica l’Asino è il bianco ottenuto dall’omonimo vitigno e da uve Cortese. Profumato di primavera in collina, tanto da farti venire voglia di stendere una coperta su un prato e fare una merenda a base di pane e salame. In bocca è rustico senza risultare ruspante, pieno, beverino fino a diventare traditore.

L’Asinoi è la Barbera della casa, spaventosamente tipica e socievole. Fa solo acciaio e deve la verve alla sua schietta acidità e i profumi alla terra da cui deriva, che sa riempirsi di fiori in stagione. E’ il vino da pasto come dovrebbe essere sempre.

Lia Vì è un gradino più su. Sempre Barbera, sempre affinata per un breve periodo in acciaio, profumata e di facile beva. Deve il suo nome a un particolare tipo di volatile che nidifica fra queste vigne. Si sente in bocca la necessità del terreno di farsi riconoscere.

La Tranquilla è la terza Barbera dell’azienda, frutto della selezione manuale delle uve migliori. L’affinamento avviene in botte grande e ciò conferisce al vino note più morbide e avvolgenti degli altri, anche se la freschezza continua a essere il fil rouge di tutta la produzione. Non è necessario berla giovane, anzi, la Tranquilla esprime il meglio di sé dopo qualche anno di riflessione.

Il Ferro Carlo è la Barbera d’Asti di punta di Carussin. Una vigna in posizione baciata dal cielo, con uve strepitose, che vengono affinate in botti di rovere, in parte grandi e in parte piccole. Non viene realizzato che nelle annate migliori e sa descrivere con passione e rigore le caratteristiche di questi terreni e di ogni vite.

Filari Corti è Moscato d’Asti, uno dei più interessanti mai assaggiati. Non ha niente a che vedere con le bottiglie stucchevoli che si bevono in giro. E’ profumato, intenso, fresco, erbaceo e floreale e ti dà l’idea immediata di stare masticando un grappolo d’uva, quando, subito dopo le note dolci, arriva quel pizzicorio delicato dovuto all’acidità della polpa.

I vini di Carussin devono essere assaggiati almeno una volta sul posto. Se non si conoscono Bruna, Luigi, Luca, Matteo, Ami, Nero, gli asini e la pecora Osvaldo non si può gustare fino in fondo. Se non si entra almeno una volta in cantina non si possono capire le varietà della Barbera, se non si cammina almeno una volta nelle vigne non si può ritrovare nelle bottiglie il territorio. Sono comunque favolosi, ma se si va a San Marzano Oliveto, diventano amici.

Qui di seguito il video realizzato nell’Azienda Carussin:


Rocco di Carpeneto

Lidia Carbonetti

Lidia Carbonetti

Una delle ultime aziende entrate nella distribuzione Senza Trucco. Non conoscevo Rocco di Carpeneto e una mattina sono arrivati Lidia e Paolo nel mio magazzino e mi hanno portato ad assaggiare le bottiglie. La simpatia è stata immediata, Lidia Carbonetti sorridente e diretta, da buona romana, Paolo Baretta gentile e pacato, più nordico. Il loro atteggiamento umile ma determinato, la passione per il vino che producono e per una terra con cui non avevano legami di alcun tipo, prima di decidere di cambiare vita mi hanno fatto capire di essere di fronte a delle persone davvero interessanti. Nella scelta coraggiosa di scegliere un’altra strada trovo sempre uno stimolo per me: Paolo nel video dice che in tanti sono stufi di Milano, ma poi sono davvero pochi quelli che se ne vanno per dimostrarsi che si può vivere anche secondo le proprie inclinazioni.

Poi abbiamo aperto assieme i vini, che hanno tutti nomi ricavati dall’antico dialetto della zona. Così il Cortese Piemonte DOC, Ròo, che significa suggestivamente “alone della luna”. Dai profumi delicati ma seducenti, con un corpo intenso retto da una bella acidità e dalla mineralità tipica di queste zone. Poi Rapp – grappolo –  una Barbera del Monferrato Superiore DOCG, di cui mi hanno colpito i profumi e la freschezza antica, di Barbera di una volta, sferzante al punto giusto per accompagnare i contadini lungo tutta la giornata. Infine i Dolcetti. Quando Lidia e Paolo mi hanno scritto la prima volta mi hanno detto di ispirarsi a Pino Ratto, di cui non potrò che portare nel cuore il ricordo affascinante, suo e dei suoi Scarsi e Olive. Prima di tutto l’Aur-oura – or ora – un Monferrato doc Dolcetto che fermenta e matura in acciaio. Il vino base della casa, facile e immediato, per questo pericoloso! Poi il Losna – lampo di fulmine – Ovada DOCG, intenso e allo stesso tempo beverino, una di quelle bottiglie da cui faccio fatica a staccarmi. La fermentazione avviene in acciaio e la maturazione in legno usato, per almeno 12 mesi. Poi lo Steira – stella – altro Ovada DOCG che proviene da una vigna di 50 anni. La fermentazione e la maturazione (almeno 20 mesi) si svolgono in legno usato. Infine l’Erche – arcobaleno – Ovada DOCG riserva, riflessivo, a tratti cupo, recupera attraverso le radici delle viti l’essenza di questo spazio di Piemonte. Soltanto lieviti indigeni e nessuna filtrazione.

Quando sono andata in azienda c’era soltanto Paolo, perché Lidia era a Roma per una degustazione. La potete vedere nella foto qui sopra, mentre Paolo è il protagonista del video che trovate qui:


Vino al vino: il primo viaggio – La Sicilia

SIamo nell’autunno del 1968 e Mario Soldati parte per il primo dei tre viaggi raccontati in Vino al Vino. Inizia dalla Sicilia e attraversa le province di Catania, Siracusa e Palermo. Gli spostamenti, le visite nei vigneti e nelle cantine e gli incontri organizzati o casuali diventano il movente per esprimere sentimenti ferrei legati al vino, riportabili però a ideologie più ampie e ariose, che conivolgono ogni aspetto della vita. Non dimentichiamoci l’anno di questo viaggio.

Il vino non è una entità omogenea né omogenizzabile. Il vino è qualcosa, sempre, di vivo, di locale, di individuale… Il vino in sè non può e non potrà mai essere un prodotto industriale. “Vino industriale” è una contraddizione in termini. Il vino è un prodotto, sempre e soltanto, artigianale… Industriale, tuttavia, potrebbe essere lo smercio dei vino. L’optimum, per i consumatori di vino, oggi sarebbe dunque un’organizzazione a carattere (questa sì!) industriale, che scopra vini genuini, autentici, di quantità forzatamente molto limitata, e provveda ad assicurarsela, e la ridistribuisca ai consumatori garantendo loro assoluta autenticità, genuinità e perfetta conservazione.

Inutile sottolineare come il mio progetto Vini Senza Trucco si riconosca alla perfezione in queste parole, speriamo anche la realizzazione! Ma andiamo avanti. Nelle righe di Soldati non ci sono soltanto discorsi generali sul vino, ma ovvimente l’autore si addentra nello specifico, analizzando le produzioni delle singole zone e addirittura delle singole cantine, dichiarando apertamente le proprie predilezioni. A proposito dei vini dell’Etna, per esempio, dichiara:

Presto ci accorgiamo che i bianchi sono, nettamente, superiori ai rossi. C’è forse un motivo? Ecco qua. Caratteristica di qualunque vino siciliano è uno speciale sapore violento, acre, catramoso, che qualche volta è sgradevole: che a qualche palato (diciamolo francamente, perché no?) è sempre sgradevole, ma che non è necessariamente sgradevole e non è mai sgradevole quando il vino sia prodotto genuinamente, senza additivi, senza eccessive dosi di solfitanti, e quando sia, eventualmente, chiarificato mediante refrigerazione, ma a stretta regola d’arte, con un calcolo esatto, e fortunato, dei tempi e delle temperature. Si gusta allora un vino che non assomiglia a nessun altro… Il carattere del vino siciliano sembra coincidere con la presenza indistruttibile delle qualità caloriche, carboniche, vulcaniche della terra dove crescono le viti: sembra coincidere con una traccia misteriosa di quello stesso fuoco, che ci è apparso dai finestrini dell’aereo nel luminoso serpente eruttato dall’Etna e che certamente deve essere sparso un po’ dappertutto, a non troppa distanza dalla superificie, sotto la terra e sotto le rocce della grande isola. Salvo qualche eccezione, questo “ricordo del serpente di fuoco”, questo gusto del vino di Siclia, è più accettabile nei bianchi che non nei rossi. I rossi di Sicilia, e tanto più i rossi dell’Etna, sono meno accettabili dei loro corrispondenti bianchi appunto perché quel gusto di fuoco sembra che ci sia “passato troppo dentro”: i bianchi invece lo hanno filtrato, lo hanno ridotto a un’ombra, a un sospetto, a una leggerissima vena acre che non può non piacere.

A prescindere dalla condivisione di questo gusto, come si potrebbe descrivere in modo più emotivo e poetico il vino siciliano? Leggendo ho risentito in bocca le striature laviche dei vini di Valcerasa, Graci, Biondi…

Proprio nel resoconto del viaggio in Sicilia Soldati coglie poi l’occasione per parlare dei vini da taglio:

Alla base di tutta la produzione enologica italiana, esiste una disgraziata legge della fine dell’Ottocento, che proibisce, sotto pene severissime, di vinificare mediante l’aggiunta di qualsiasi quantità di zucchero, e che, contemporaneamente, impone che il vino tocchi almeno i dieci gradi di alcol… Molti vini della Val Padana, delle Prealpi, dell’Appennino Ligure, sono squisiti senza che raggiungano i deici gradi… Tanto a lungo e con tanta severità fu applicata la legge, che ancora oggi, in tutta Italia, è diffusa la falsa credenza che l’aggiunta di zucchero durante la vinificazione sia nociva alla salute, mentre l’aggiunta di zucchero è assolutamente innocua, e la legislazione francese, così meticolosa in questo campo, la permette. Lo scopo della nostra legge era ben altro: era, molto semplicemente, ma non altrettanto esplicitamente, quello di aiutare i baroni viticoltori dell’Italia Meridionale, e in particolar modo delle Puglie e di Sicilia, a vendere i loro mosti… Nacque il famoso “taglio”, che tanta parte ha nella decadenza dei nostri vini e, soprattutto, delle nostre capacità di gustare il vino.

Non avevo mai pensato a questa datata legge in simili termini, però il ragionamento non fa una grinza e, considerando il grado di rigore morale e la preparazione di Soldati, mi è più facile credere alle sue parole che confutarle, anche se mi piacerebbe parlarne con qualcuno più esperto di me.

Qui finiamo il viaggio in Sicilia, anche se ci sarebbe ancora molto da dire, e diamo appuntamento alla prossima tappa di Soldati, quella in Campania.


QUANDO NON SI USANO DISSECCANTI

Filare di viti zappato a mano

Filare di viti zappato a mano

Ecco un altro articolo di Enrico Druetto, il nostro amico farmacista, che mi stupisce sempre di più con i suoi pensieri e i suoi vini: ho appena assaggiato “Parej”, l’ultimo nato in cantina, un blend di Barbera e Freisa, fresco e potente, romantico e anarchico: come è possibile definire così un vino? Avrò modo di raccontarvi in un altro momento la degustazione…

Esistono molti lavori in vigna che risultano lunghi ed estenuanti. Tra questi i più odiosi sono la spollonatura (ovvero l’eliminazione deI ricacci della vite alla base e sul tronco) e la zappatura dell’erba intorno alle piccole viti. Spesso quest’ultima fatica viene aggirata ricorrendo all’utilizzo di grandi quantità di disseccanti o diserbanti, anche in zone che fanno del turismo enologico la propria bandiera.

Per rendersi conto del problema è sufficiente fare un giro in primavera fra le vigne delle Langhe, del Chianti ma anche dell’Alsazia, dello Champagne, ecc.: non potrete far a meno di notare delle orrende strisce rosso-brune ai piedi dei filari, inequivocabile effetto dei disseccanti!

Vite appena rifinita

Vite appena rifinita

Per fortuna non lavorano tutti nello stesso modo. La fatica da mettere in conto per non ricorrere a quei mezzi può essere però TANTA. Per fare un esempio, quest’anno ho dovuto zappettare le circa 6000 viti del nuovo ettaro di vigna: premettendo che l’annata 2014 si sta rivelando più problematica del normale a causa delle piogge frequenti (tanta acqua, altrettanta erba), sono già al terzo giro di zappatura manuale; se si considera che per pulire una singola vite sono necessarie 20- 30 zappettate significa che sono state effettuate dalle 120 alle 180.000 ( CENTO-OTTANTA-MILA!!! ) zappate per giro, divise fra quattro persone.

Per fortuna quando le viti saranno al 3°-4° anno, si potrà ricorrere a mezzi meccanici che mi aiuteranno a ridurre il tempo necessario per questo lavoro da 400-500 a 70-80 ore a ettaro.

Quando si riesce ad arrivare alla fine di lavori come questo, si ha una sensazione di grande appagamento, quasi si fosse riusciti a realizzare una straordinaria impresa. Tutte le volte obbligo mio padre, mia madre o chi capita, a venire a vedere quanto è stato fatto… e devo dire che mi guardano sempre con commiserazione, come a dire “Povero cretino, ma chi te l’ha fatto fare?!”.

Poco tempo fa, al ritorno dalla vigna, è mi è capitato di avere un cliente giunto inaspettatamente in cantina; al momento del pagamento mi chiede uno sconto: al posto che al terreno la zappata l’avrei data a lui (la 180’001)!

Piccola vite spontanea nata da seme

Piccola vite spontanea nata da seme


Vino al Vino di Mario Soldati – capitolo primo

soldatiVino al Vino è un libro fondamentale nel cambiamento di prospettiva legata al vino. Quando il vino inizia a farsi industria, allora comunicano a emergere voci fuori dal coro, timbri autorevoli, che, in una società abbacinata dai fulgori del boom economico e dei consumi facili, cercano di ancorarsi alle tradizioni per salvare quanto di genuino l’Italia ha saputo produrre per centinaia d’anni. Prima Mario Soldati poi, come vedremo, Luigi Veronelli, con atteggiamenti diversi, ma sulla stessa lunghezza d’onda. L’approccio di Soldati è quello del narratore, che considera con sguardo disincantato la realtà circostante e punge i contemporanei su punti focali. Si definisce un amatore del vino, non un esperto. Eppure Vino al Vino è un testo fondamentale per chiunque si avvicini al nettare di Bacco. È composto dal resoconto di tre viaggi intrapresi in Italia a distanza di qualche anno l’uno dall’altro. Il primo nell’autunno del 1968, con un itinerario a partire dalla Sicilia per toccare di seguito Campania, Toscana, Lombardia, Trentino, Veneto, Nord del Piemonte e Valle d’Aosta. Il secondo viaggio risale invece all’autunno del 1970 e attraversa Alto Adige, Veneto, Friuli, Emilia Romagna, Marche, Abruzzo e Puglia. Infine, l’ultimo viaggio, Soldati lo fa nell’autunno del 1975 e visita Sardegna, Calabria, Abruzzo, Molise, Lazio, Umbria, Liguria e Piemonte meridionale. Insomma, non lascia fuori una singola regione e batte palmo palmo la maggior parte delle province italiane, in un momento storico in cui si inizia a parlare stabilmente di manipolazione del vino per renderlo più omologato e vendibile. La posizione di Soldati è fuori di dubbio, tanto più che le poche righe che introducono il primo viaggio riportano: “Parto per un viaggio alla ricerca di vini genuini”. In realtà il progetto di Vino al Vino era già in potenza nella mente di Soldati diversi anni prima, addirittura nel 1955, quando nel racconto Il vino di Carema sosteneva:

Se volete trovarvi bene in Italia – spiego ad amici stranieri – dovete scoprirla per conto vostro, affidandovi alla vostra fortuna e al vostro istinto, perché una grande legge in Italia è proprio questa: che, da noi, tutto ciò che ha un titolo, un nome, una pubblicità, vale in ogni caso molto meno di tutto ciò che è ignoto, nascosto, individuale. Le bottiglie di vino con etichetta sono quesi sempre cattive; le bottiglie senza etichetta e il vino sciolto quasi sempre buoni. Lo so che in Inghilterra alcuni ottimi whisky sono proprio quelli delle marche più note. E così in Francia certi Bordeaux e Bourgogne. Ma, in Francia e in Inghilterra, da secoli e non soltanto per vini e liquori, esiste un ponte tra società ed individuo, una civiltà organizzata, una gerarchia del costume. La nostra civiltà non è inferiore, ma diversa. È una civiltà anarchica, scontrosa e ribelle. Da noi, l’uomo di valore, come il vino prelibato, schiva ogni pubblicità: vuole essere scoperto e conosciuto in solitudine, o nella religiosa compagnia di pochi amici.

La posizione forte di difesa della genuinità dei vini Soldati la sostiene anche nell’introduzione a Vino al Vino – che si intitola significativamente Il momento del vino –  quando afferma:

Interminabili sono i ragionamenti che si possono fare e che si fanno, oggi, a proposito del vino in tutti i paesi dove il vino è di casa. Ecco alcuni temi principali di tali ragionamenti: la decadenza del vino per colpa della civiltà dei consumi; la sensazione che il vino si opponga costituzionalmente, e che sempre più debba opporsi, al consumismo, all’industrializzazione, alla pianificazione ecc.; la moda secondo cui sarebbe necessario difendere il vino vero: ancora una contestazione, insomma, da aggiungere a tutte le altre. Gli amatori di vino inesperti accusano i tecnici, gli enologi, di non partecipare, o di non partecipare abbastanza, a quest’opera di difesa, e di contribuire alla decadenza del vino: in alcuni casi senza resistere, e in altri casi addirittura prestandosi attivamente, alle pratiche di filtraggio, chiarificazione, refrigerazione, stabilizzazione, e a tutti i vari accorgimenti chimici o meccanici, che in definitiva, mirano a industrializzare il vino, con crescente ed evidente profitto economico, almeno iniziale, per i produttori, a cui essi enologi sono associati o da cui dipendono. Dirò subito che mi considero anch’io, del vino, un amatore inesperto. È vero, i “viaggi d’assaggio” che racconto nelle pagine seguenti, mi hanno istruito un pochino: ma il loro risultato più apprezzabile è stato di misurare, dopo anni di esperienze enologiche, quanto sia vasta ancora la mia ignoranza e l’arte del vino quanto difficile.

Sembra di leggere, con quarant’anni di anticipo, i recenti manifesti legati alla produzione di vino naturale. È un discorso d’avanguardia, fortemente politico. Nella salvaguardia della genuinità del vino è compresa la volontà di mantenere saldi i principi tradizionali di un territorio e di contrastare le innovazioni consumistiche che invadevano (e hanno continuato esasperatamente a invadere) il nostro paese. Così continua infatti Soldati nell’introduzione:

Enorme equivoco: si pensa, scioccamente, al vino nominato e desiderato come a una entità omogenea, intercambiabile, fissa: come se si trattasse di una data marca di aranciata, di birra, di wisky, o addirittura di un’automobile o di un frigorifero. Mentre il vino (il vino di una data qualità, zona di produzione circoscritta, annata, partita, botte e, in certi casi, bottiglia) può paragonarsi soltanto a un essere umano e vivente, immisurabile, inanalizzabile se non entro certi limiti, variabile per un’infinità di motivi, effimero, ineffabile, misterioso. Esigere un vino “stabile” è la più grande sciocchezza che un bevitore di vino possa commettere.

Un nuovo punto di vista, nel senso che fino a questo momento non si era mai pensato, perché non si era ancora presentata l’occasione dialettica, di difendere un certo tipo di vino rispetto a un altro. Fino alla seconda guerra mondiale il contadino beveva il suo bicchiere quotidiano di vino, che produceva da solo o che comprava al massimo dal vicino. Nel momento stesso in cui il vino ha smesso di essere esclusivamente alimento per trasformarsi in bisogno di lusso e assumere una valenza edonistica, è nata l’esigenza di parlarne in modo schierato. Soldati non è mai eccessivamente polemico: il suo è un ruolo di narratore, non di capopopolo. Eppure, a distanza di quasi mezzo secolo, i suoi scritti sul vino risuonano e sferzano ancora potenti, pieni di concetti pregnanti, a sostegno di un’ideologia inattaccabile, sobri (a dispetto dell’argomento) e spesso nostalgici:

Non possiamo che compiacerci del benessere e degli enormi progressi che la rivoluzione industriale ha portato all’Italia nell’ultimo ventennio. Ma, questo progresso, lo abbiamo pagato, lo paghiamo e lo pagheremo con una quantità di inevitabili guai minori, tra cui uno dei maggiori consiste appunto nella decadenza del vino.

Era solo un breve sguardo all’introduzione di Vino al Vino. E quanta forza. Immaginate cosa può emergere dalle pagine che raccontano i tre viaggi di Soldati. Ve ne parlerò un po’ per volta…


Resistenza Naturale ad Assaggi DOC

munlabDomani, sabato 14 giugno, al Festival Assaggi DOC, ” il cinema d’autore in cascina con corti, lungometraggi e animazioni, per conoscere l’agricoltura e gli agricoltori da vicino”, gran finale con la proiezione del film di Jonathan Nossiter Resistenza Naturale.

Due anni fa, quando ci fu la proiezione di Senza Trucco al Piccolo Apollo di Roma, chiedemmo a Jonathan di venire a moderare il dibattito e lui impreziosì il nostro documentario parlandone in termini entusiastici e sottolineandone il valore etico e politico. Ora è il momento di ricambiare, visto che l’organizzazione di Assaggi DOC mi ha chiesto di introdurre la proiezione di Resistenza Naturale e moderare il dibattito successivo. La serata sarà scandita dalla degustazione dei vini di due dei protagonisti del film di Nossiter: in apertura sarà servito Terre Silvate di Corrado Dottori de La Distesa (che ho il grande onore di distribuire qui a Torino) e durante il dibattito si potrà assaggiare invece Nibiò, il Dolcetto di Cascina degli Ulivi.

Quando, anni fa, mi sono laureata in Storia del Cinema, ho pensato che non mi sarebbe dispiaciuto diventare un critico e, allo stesso modo, quando ho preso il diploma da sommlier, mi sono spesso sognata alla guida di degustazioni AIS. Poi la vita ha preso altre strade, la regia e il vino naturale. Eppure domani sera mi troverò a parlare pubblicamente dell’ultimo film del regista di Mondovino, un film-culto per me, e di due produttori simbolo del movimento dei vini senza chimica. Tutto prima o poi torna.

L’appuntamento è per domani sera, 14 giugno, alle 21, al Munlab Ecomuseo dell’Argilla, via Camporelle 50, Cambiano (TO).


ELIANA NEGRONI

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