Archivi tag: vini naturali

Vignaioli Naturali a Roma 2016

vini-naturali-a-roma-2016-locandina

 


TORINO BEVE BENE ’15

torinoBeveBeneFinalmente mi sono decisa! A quasi due anni dall’apertura di Vini Senza Trucco a Torino e dopo diverse sollecitazioni da parte di amici produttori, ecco una manifestazione con tutte (o quasi) le aziende che rappresento in città. Volevamo una location centrale e non troppo istituzionale e così ci siamo rivolti al Jazz Club di Piazzale Valdo Fusi, un locale che “suonerà” molto familiare agli amanti della bella musica.

Ai banchi d’assaggio saranno presenti circa 25 produttori e si potranno comunque assaggiare anche le etichette di coloro che non riescono a venire di persona. Ingresso aperto al pubblico a 10 euro con la degustazione libera di tutte le bottiglie e la possibilità di acquistare quelle che si preferiscono. Oltre ai vini, saranno in assaggio anche i prodotti dell’Agrisalumeria Luiset e i mieli Sanlorenzo. In più, per tutta la giornata, dal brunch alla cena, verranno proposti i piatti preparati da Sodo, il Bordò Senza Trucco, di piazza Bodoni.

Sono molto grata alle cantine che hanno accettato di partecipare, investendo una volta di più su Torino, una città che sta velocemente scoprendo e consolidando la propria passione per i vini naturali. Molti produttori arriveranno direttamente da Montecatini, dove il giorno prima, sabato 24 ottobre, riceveranno il riconoscimento della guida Slow Wine.

Se cliccate sulla locandina andrete direttamente sulla pagina del sito di Senza Trucco dedicata all’evento.

Ecco i produttori che parteciperanno all’evento:

Asotom
A’ Vita
Ca’ dei Zago
Ca’ del Vent
Campi di Fonterenza
Cantina Morone
Cantine del Castello Conti
Carussin
Cascina Bruciata
Cento Filari
Enrico Druetto
Giulia Gonella
Vittorio Graziano
La Distesa
La Marca di San Michele
La Raia
Le Rocche del Gatto
Andrea Occhipinti
Piccolo Bacco dei Quaroni
Podere Le Boncie
Punta dell’Ufala
Quarticello
Teobaldo Rivella
Rocco di Carpeneto
Santa Caterina
Franco Terpin
Andrea Tirelli
Zidarich

Co.Vi.Bio con una selezione di vini di:
De Fermo
Franco Masiero
Vigneto San Vito
Jaques Lassaigne
Ruppert-Leroy
Emmanuel Giboulot
Marc Kreydenweiss

L’appuntamento è per domenica 25 ottobre, dalle 11 alle 21 al Jazz Club di piazzale Valdo Fusi. Vi aspettiamo!


Punta dell’Ufala

IMG_6112

Ciò che mi ha più colpita quando ho conosciuto Paola Lantieri, proprietaria dell’azienda Punta dell’Ufala, sono stati i suoi occhi: brillanti e pieni di sogni. Anzi, soprattutto di un sogno, seguito e perseguito con una volontà che lei stessa ha definito “incosciente”. Ho sempre invidiato chi riesce a cambiare vita accantonando schemi mentali di decenni per imboccare la propria direzione, quella che ha scelto da sè. E dai racconti di Paola emergeva proprio questo: a un certo punto della sua strada ha deciso di acquistare la più vecchia casa dell’isola di Vulcano e gli otto ettari di terreno circostante e di provare a recuperare un’agricoltura che da decenni sull’isola è stata abbandonata. Lei ricordava che quando veniva qui da ragazza, la vallata rivolta a sud, proprio verso la Sicilia, quella chiamata “Gelso”, era tutta coltivata e ogni famiglia aveva qualche filare di Malvasia, con cui realizzava un vino genuino e aromaticissimo per il consumo quotidiano. Le sensazioni di quei bicchieri di vino passito assaggiato dai contadini locali le sono rimaste impresse a livello emotivo e hanno continuato a vibrare negli anni, quando poco per volta l’isola si è svuotata per il boom economico che ha illuso un’intera nazione di poter vivere d’industria e prodotti surgelati facendo a meno della fatica dei campi. Così nel 2003, memore di quei sentori irripetibili, Paola ha deciso di affrontare una sfida sinceramente davvero coraggiosa: coltivare 5 degli 8 ettari a vite e cercare di riprodurre il vino dei suoi ricordi. Senza avere a disposizione conoscenze di viticoltura, agronomi, acqua corrente e telefono, Paola ha dissodato il terreno, ha scelto le barbatelle, ha combattuto contro i conigli selvatici – che in queste zone assumono le fattezze di terribili e pericolosissimi mostri leggendari – e ha iniziato a produrre il suo vino. Sull’isola non ci sono cantine, quindi ogni vendemmia consiste nel raccogliere i grappoli in cassette di legno, caricarli su un camion, che sale su una nave che a sua volta li porterà a Salina, dove avviene la vinificazione. Ora, non ditemi che non ci vuole azzardo per imbarcarsi in un’impresa simile, soprattutto per chi non nasce nel mondo dell’agricoltura.IMG_0223

Però poi Paola stappa una bottiglia della sua Malvasia delle Lipari e di punto in bianco capisci perché valga la pena di cambiare vita. Il terreno vulcanico su questo versante dell’isola è particolarmente sabbioso e sottile e ha il potere di infilarsi e attaccarsi ovunque, con il suo scintillio scuro, al primo alito di vento. In questo modo il vulcano trasmette la sua mineralità a qualsiasi elemento esposto all’aria, soprattutto all’uva, che è condizionata anche dall’ascesa dello iodio dalla scogliera e dalle spiagge su su lungo le pendici. Con una premessa di questo tipo e una mentalità aperta come quella di Paola, che ha saputo fare tesoro immediato degli insegnamenti di Giovanni Scarfone, produttore naturale del mitico Faro, in provincia di Messina, il risultato è stato un vino sorprendente, dai profumi che racchiudono tutta la vita dell’isola: il mare, la lava di un tempo, le erbe mediterranee esposte al vento, il nettare dei fiori trasformato dalle api, la frutta lasciata ad appassire sui graticci… L’oro che all’occhio è così ammaliante, in bocca si trasforma in un fluido dolcemente suadente, che raggiunge con lentezza ogni angolo della bocca per non staccarsene se non dopo lunghi minuti. La mineralità, dicevo, quasi brusca, la freschezza, che rende i sorsi frequenti e non rinviabili e la lunghezza, morbida e severa allo stesso tempo, tutti i segni che lascia il Vulcano. Da quest’anno Paola realizza anche un’altra piccola perla, una Malvasia secca, nata come esperimento, e di cui ora vorrei ci fossero migliaia di bottiglie.


Asotom

Tommaso Gallina e il panino alla pancetta

Tommaso Gallina e il panino alla pancetta

Il vero problema di Tommaso Gallina è stargli dietro. L’abbiamo conosciuto una sera di oltre un anno fa, quando è venuto a casa nostra a cena per farci assaggiare i vini. E’ arrivato con undici bottiglie, scusandosi per non avere potuto portarle tutte. Di quella prima degustazione mi ricordo poco, anche perché è stata praticamente alla cieca – uno dei massimi divertimenti di Tommaso – e verso il quinto bicchiere iniziavo già a vacillare. Mi ricordo però bene che le bottiglie aperte erano state riassaggiate per diversi giorni, anche con pause piuttosto lunghe, e i vini, invece di temere il passaggio del tempo, si esaltavano, evidentemente contenti di essere messi alla prova. E ancora adesso, dopo oltre un anno che ne distribuisco i vini, ogni tanto Tommaso se ne arriva con una bottiglia che non conosco e che chissà dove teneva. Lui sperimenta, azzarda, estremizza, sempre nel pieno rispetto di vitigni, vigne e terreno. E’ in cantina che si diverte di più, misurandosi con vinificazioni diverse applicate alle varietà che ha a disposizione. Ci tiene a ricordare che non ha nulla di proprietà, soltanto idee e che ha tutto in gestione. Barbera, Freisa, Grignolino, Ruché, Cortese, Erbaluce e Baratuciàt – tutti vitigni tipici del Piemonte, compreso l’ultimo, quasi dimenticato, che ultimamente è stato riscoperto da Tommaso e da Enrico Druetto, di cui parleremo presto. Tommaso un tempo faceva il geometra, poi si è stufato e ha deciso di avvicinarsi al lavoro del fratello, che aveva aperto un’azienda agricola. Il vino: “perché mi diverte farlo, posso viaggiare e conoscere tanta gente interessante”. La prima tendenza è stata quella della surmaturazione, mentre negli ultimi anni Tommaso sta alleggerendo la mano. De Gustibus: con il caldo di questi giorni berrei soltanto Oso 2013, rosato ancestrale da Barbera, mentre in pieno inverno una sua Riserva è una vera e propria benedizione. Tanti i vini, dicevamo, tutti classificati con nomi di fantasia, assolutamente allergici a qualsiasi forma di denominazione istituzionale:

Smentià, Barbera da una vigna giovane, chiamata Naomi in onore della Campbell. Vinificazione soltanto in acciaio, con risultati profumati e intensi: una Barbera come dev’essere, senza aggiungere altro.

Asotom, Barbera dalla mitica vigna Claudia (indovinate in onore di chi?), di settant’anni. Vinificazione in botti grandi, con una completezza assoluta. Si sente che Tommaso ha una predilezione per queste uve: in ogni sorso si percepisce tutta la passione coinvolta.

Istinto; tutti i vini a base Grignolino, la varietà con cui Tommaso si diverte di più.

Estinto; le bottiglie che nascono da base Freisa. Il nome è dovuto al fatto che la vigna vecchia di Freisa che Tommaso lavorava è stata espiantata. Ora fortunatamente, dopo qualche anno, ne ha trovata un’altra: sarebbe stato un peccato dover rinunciare alla Freisa come la intende lui.

Oso; ogni anno Tommaso fa un esperimento con un vitigno o una vinificazione particolare. Interessantissimo l’Oso 2012, a base Ruchè e poi il mio preferito in assoluto, l’Oso 2013, di cui vi parlavo prima. Purtroppo finito, se ne trova ancora un pochino in giro e le sei bottiglie che io ho ancora non le cedo nemmeno sotto minaccia di morte.

Egostista; tutti i bianchi. Arneis, Cortese, Erbaluce, Baratuciàt. Anche in questo caso le composizioni e le sperimentazioni variano a seconda delle annate.

Vale davvero la pena andare a trovare Tommaso Gallina in azienda. Magari, se gli siete particolarmente simpatici, vorrà condividere con voi una delle bottiglie che non ha il coraggio di vendere, perché ci è troppo affezionato.

Qui di seguito il video girato da Asotom in maggio:


Remo Hohler – un punto di vista alternativo

Uno dei produttori che distribuisco, Remo Hohler, che ha l’azienda a Cassinasco (AT), qualche giorno fa ha pubblicato il remo hohlervideo di un suo seminario il cui titolo era: “La flavescenza dorata dal punto di vista energetico e spirituale”. Conoscendolo e stimandolo parecchio, ho deciso di ritagliarmi due ore per guardare l’intero filmato. A dire il vero la flavescenza dorata è soltanto l’argomento-spunto per trattare la sua filosofia come viticoltore, che mi piacerebbe riassumere velocemente per chi non avesse il tempo di guardarsi l’intera conferenza. Con un avvertimento: queste linee di pensiero sono sconsigliate a tutti coloro che hanno un approccio razionale alla vita e che ritengono che ogni aspetto del mondo sia a sè stante e non collegato agli altri. Per quanto mi riguarda, appoggio totalmente tutto quello che dice Remo, a costo di perdere credibilità di fronte a chi non vuole sentire la parola “spiritualità”.

Remo inizia il suo discorso parlando di un’azienda agricola del biellese, in cui non esistono le classiche malattie delle piante, per quanto quella zona sia comunque altamente colpita. I loro trattamenti di rame e zolfo sono soltanto tre in un anno e le piante stanno benissimo. Com’è possibile?

Ognuno di noi ha il potere di indirizzare la propria vita in una direzione o in un’altra. Si può fare parte della massa che subisce le scelte altrui, oppure ci si può differenziare diventando i creatori di qualcosa di nuovo e fondamentale per l’umanità. Un comportamento innovativo e diverso causa isolamento e derisione da parte della società, però permette di attivare una rivoluzione di cui poi la stessa società beneficerà. Questa la premessa di Remo per affermare che il suo pensiero potrà sembrare folle e irrazionale ai più, ma che questa è la sua sfida per cercare di cambiare e migliorare il mondo in cui vive.

A partire dal minuto 16:43 c’è un lungo estratto dalla trasmissione Voyager in cui si affronta il tema della sensibilità delle piante: a partire dagli anni sessanta diversi esperimenti realizzati in differenti parti del mondo hanno confermato che le piante hanno reazioni emotive a determinate situazioni e che avvertono il pericolo o la tranquillità e il benessere. In un’azienda toscana, da quando sono stati istallati nelle vigne degli amplificatori che riproducono tutto il giorno musica classica, le viti sono molto più sane e rigogliose. Un botanico statunitense di fine ottocento, Luther Burbank, pur essendo autodidatta e non avendo studiato biologia, era stato in grado di creare più di ottocento specie nuove, semplicemente prendendosi cura delle sue piante, accudendole e parlando con loro. Questo per dimostrare come le piante, esattamente allo stesso modo di uomini e animali, sono sensibili alla gioia e al dolore e sono in grado di percepire l’amore, rispondendo con rigogliosità. Ecco la ricetta di Remo per rendere le sue vigne più sane e resistenti rispetto alle malattie: prendersi cura di loro con dedizione. A questo proposito, Remo riporta un aneddoto riguardante la sua vita. Nel 2007 è morta sua moglie, con cui era arrivato venticinque anni fa dalla Svizzera e aveva acquistato la cascina per dare vita a un’azienda agricola. I quattro figli non avevano intenzione di lavorare in campagna e più volte Remo, caduto in profonda depressione, aveva pensato di estirpare le vigne. Tutte, tranne un piccolo pezzo davanti a casa, che nella sua mente continuava a salvare. Negli ultimi anni i vigneti di Remo hanno avuto gravissimi problemi di flavescenza dorata. Lui non riusciva a spiegarsi quale fosse la causa, fino a quando ha realizzato che l’unica parte del vigneto non colpita era quella che lui mentalmente salvava dall’estirpazione. Doveva correre ai ripari, dimostrando alle sue viti che non voleva più disfarsi di loro. Ha iniziato ad accudirle amorevolmente e integrare dei trattamenti contro la malattia con infusi di piante, secondo i dettami della biodinamica. E da lì ha cominciato a documentarsi su tutte le più antiche forme di agricoltura naturale, che oggi vengono ottusamente definite “alternative”. Non ultimo, ha deciso di pregare tre volte al giorno per ringraziare di essere proprietario terriero in un momento in cui la società vede i contadini come ignoranti e bifolchi.

Anch’io sono convinta che l’unica rivoluzione possibile in questo mondo possa partire dai contadini, depositari di saperi ancestrali e, paradossalmente, gli unici davvero proiettati verso il futuro. Ringrazio Remo per aver dato ancora più forza a un pensiero che, mano mano che mi occupo di vini naturali, sta prendendo piede nella mia testa. Non è questione di gusto o di moda: bere e mangiare rispettando l’ambiente è una necessità etica, una forma di rispetto verso il mondo e verso se stessi.

Qui di seguito il seminario al completo:


Nuove aziende

senza_trucco_viniLa mia piccola distribuzione di Vini Senza Trucco compie un anno in questi giorni. E’ un lavoro stupendo, anche se ogni tanto mi affaccio ancora in qualche enoteca in cui al solo sentire parlare di vini biologici e biodinamici vedo reazioni tipo gatto davanti alla vasca da bagno. Fortunatamente le nuove generazioni hanno approcci più possibilisti, anche quando non hanno diretta conoscenza delle etichette che propongo. Per non parlare dei locali che hanno da tempo in carta i vini naturali, che esultano ogni volta che prendo una nuova azienda in listino. Nel’ultimo periodo praticamente è una festa, anche perché ho deciso di non farmi spaventare dai rischi economici e aumentare le cantine, seguendo passione e istinto.

Iniziamo dal Piemonte. Già a maggio ho contattato due produttori che poi nei mesi sono diventati punti cardine del mio listino: Enrico Druetto e Tommaso Gallina (Asotom), che collaborano fra loro e danno declinazioni forti e personali dei vitigni della loro zona, Barbera su tutti. Da settembre è invece etrato a fare parte del gruppo Senza Trucco Simone Roveglia, dell’azienda Spaventapasseri (marchio Cento Filari), ottime Freisa e Barbera e incredibile Pinot Nero dal nome suggestivo, Brigante. Questa volta siamo a Mombaruzzo, nell’astigiano. A ottobre mi hanno contattata Lidia e Paolo della cantina Rocco di Carpeneto, che abitavano e lavoravano a Milano e hanno lasciato tutto per comprare una cascina in una zona che non conoscevano, Ovada. Il loro punto di riferimento è il Dolcetto di Pino Ratto, che ci ha lasciato un paio di settimane fa e di cui ricorderò sempre l’arte che impregnava qualsiasi cosa facesse. Dolcetto favoloso, come dovrebbe sempre essere in quelle zone, e poi Barbera e Cortese buonissimi. Infine, ultimo ingresso, Andrea Tirelli, sui colli tortonesi. Per intenderci, quello che ha sulle etichette il Triskell celtico. Torinese di origine, tornato nelle vigne dei nonni per non abbandonare un pezzo di cuore: da anni in biodinamica, fa poche bottiglie di Timorasso, Cortese, Barbera, Freisa e Dolcetto.

Cambiamo regione. Non pensavo che avrei mai preso un Franciacorta, ma Tommaso Gallina mi ha fatta contattare da Ca’ del Vent. Assaggiare le loro bollicine è stata una rivelazione: niente di più lontano dai vini costruiti a tavolino dagli industriali della provincia bresciana. Anima e sensibilità nel capire le vigne e interpretare le vinificazioni. Un festa.

Anche in Veneto ho un nuovo nome: Franco Masiero (del gruppo Co.Vi.Bio.), un piccolissimo produttore di Merlot e a breve anche di Pinot Nero. Siamo a 500 metri sul mare, in zona vulcanica. Un vino che mi ha fatta riappacificare con un vitigno che non ho mai amato.

In Liguria da qualche mese c’è un nuovo nome, molto amato dai frequentatori dell fiere: Santa Caterina di Andrea Kihlgren. Su tutti il Vermentino, stratosferico. Unico neo: le bottiglie finiscono troppo presto!

Ci ho messo un po’, ma alla fine ce l’ho fatta ad aggiungere una delle zone più blasonate del nostro paese. Era un po’ che facevo gli occhi dolci a Francesca Padovani di Campi di Fonterenza: in genere il Brunello non è uno dei miei vini preferiti, ma la sua versione, rigorosa e tradizionale corrisponde perfettamente a quello che amo nel vino. Buonissimi anche il Rosso e il Rosato.

Il sud. Prima dell’estate ho iniziato a lavorare con Cantina Morone, nella zona di Benevento. Anche in questo caso l’innamoramento per un vino che avevo sempre trovato anonimo: la Falanghina, la loro punta di diamante. Favolosi anche il Fiano e un piccolo vitigno a bacca scura ultimamente riscoperto, il Pidirosso.

Passiamo poi in Calabria, perché finalmente nel listino Senza Trucco c’è A’ Vita, di Francesco de Franco. Un Cirò come si deve, elegante e potente allo stesso tempo, strappo ai vini di una regione che non ha mai compreso appieno il proprio potenziale.

Infine salto in Francia, con i produttori di due Champagne del gruppo Co.Vi. Bio. : Jacques Lassaigne (Blanc de Blanc) e Olivier Horiot (Pinot Nero).

Piccolo ripasso sulle altre aziende:

Piemonte

– Caroussin

– Cantine del Castello Conti

– Coutandin

– Baldo Rivella

– Remo Hohler

Lombardia – Oltrepò Pavese

– Piccolo Bacco del Quaroni

Veneto

– Ca’ dei Zago

Friuli Venezia Giulia

– Zidarich

– Franco Terpin

Liguria

– Le Rocche del Gatto

Emilia Romagna

– Vigneto San Vito

– Quarticello

– Vittorio Graziano

Toscana

– Podere Le Boncie

Marche

– La Distesa

– La Marca di San Michele

Abruzzo

– De Fermo

Campania

– Cantina Giardino

Sicilia

– Nino Barraco

– Valcerasa Bonaccorsi

– Punta dell’Ufala

Francia

– Mark Kreidenweiss – Alsazia

– Emmanuel Giboulot – Borgogna

– Chateau de la Selve – Ardèche

Sto costruendo proprio in questi giorni il sito di Senza Trucco: spero che finalmente sarà più facile trovare informazioni sul nostro lavoro!


Perchè piantare la vigna a mano

Da qualche tempo nel mio listino sono comparsi i nomi di due giovani produttori piemontesi, che spesso lavorano assieme, ma che hanno cantine distinte: Enrico DruettoTommaso Gallina (Azienda Agricola Fato). Chi è venuto a maggio a Vini di Campagna, ha potuto assaggiare i loro vini, per la maggior parte a base Barbera, ottenuti con il rifiuto totale di interventi e nel massimo rispetto dell’ambiente. Ho avuto modo di frequentarli ultimamente e di riscontrare con sollievo una filosofia che è una boccata d’aria fresca per chi, come me, crede nei vini genuini e non adulterati. Salvano vecchie vigne, destinate all’abbandono, e le curano con dedizione, custodendone la più antica essenza. Così è nato il

La gelata

La gelata

Quatman (letto alla piemontese “quattro mani” e non all’inglese “Quotmen” come fa qualcuno…), rosato figlio di una vendemmia precoce per evitare che caprioli e cinghiali depredassero le viti coltivate in mezzo a un bosco. E così nascono il Morej (la Barbera di Enrico, allo stesso tempo possente e leggiadra, perfetta per alleviare una giornata cupa come questa), o lo Smentià, l’Aso-Tom, il Guj, il Nessuno (le diverse etichette con cui Tommaso, eclettico e sempre in cerca di qualcosa di nuovo e migliore, battezza le varie declinazioni dei suoi vini). E’ buffo: Enrico è un farmacista, eppure (o forse proprio per questo) ha fatto del rinnegare la chimica la sua parola d’ordine in vigna e in cantina. Mi ha mandato un bell’articolo che vi ripropongo, perchè mi sembra il primo e fondamentale  passo per chi si avvicina a una viticoltura consapevole.

PERCHE’ PIANTARE LA VIGNA A MANO

Nel mese di dicembre io e l’ amico Tommaso Gallina stavamo programmando il da farsi riguardo l’impianto della nuova vigna.

Enrico Druetto con la "prima vite"

Enrico Druetto con la “prima vite”

Che fare? Affidarsi ai tanti professionisti del settore che arrivano con sistemi automatici di messa a dimora delle viti (precisi al centimetro!), dotati di sistemi GPS avanzati, squadratori del terreno al laser, macchinari in grado di aprire il terreno in qualsiasi condizione manco fossero la spada laser di uno Jedi? ODDIO NO!!!

Certo che a dicembre col gelo, dotati di due zappe e due forchettoni da vite… Ah già… anche di due cordini lunghi 180 metri e segnati col pennarello rosso ogni 75 cm (per sapere a che distanza mettere le viti, no?!). E Tommaso a dirmi “Dai che te ne ricorderai di questa impresa, quando sarai vecchio potrai dirlo a tutti di che avevamo piantato da soli 6000 viti a -4° C, se saremo ancora vivi…”

Ebbene, mi son sempre fidato dell’istinto per le imprese folli e romantiche e anche questa volta  ci sono state delle sorprese che porterò sempre con me e saranno importantissime per la mia azienda biologica.

Alle prese con un blocco di marna

Alle prese con un blocco di marna

I vecchi sostenevano che la terra che non poteva essere lavorata dai buoi non dovesse essere calpestata fino a quando il tempo non lo avesse permesso. Ora, coi moderni trattori, non ci si rende più conto di quando la terra è troppo umida o troppo asciutta per poter essere lavorata. Si recano enormi danni al terreno, provocando soffocamento delle radici per la troppa compattazione o dilavamento dei nutrienti dello strato fertile del terreno a causa di diserbo…

Innanzitutto le viti messe a dimora non provenivano da un singolo clone di un singolo vitigno, ma da selezioni massali fatte direttamente nelle vigne più vecchie, prelevando i tralci delle viti apparentemente più forti e sane. In fase di innesto nessuna forzatura per garantire l’attecchimento delle barbatelle tramite ormoni e nutrienti chimici. Naturalmente solo le viti più forti sopravvivono, ma sono molto diverse fra loro… c’è quella vigorosissima, c’è quella con molte radichette e smilza, c’è quella che va protetta perchè sembra un cucciolo smarrito.

Il fatto di poter piantare la vigna A MANO aiuta a tastare il terreno passo dopo passo. Dove emergono le pietre o il terreno si fa più compatto abbiamo messo a dimora le viti più forti; deve il terreno è più protetto dalle correnti ed è più fresco, abbiamo scelto di mettere quelle che avevano bisogno di un po’ d’aiuto. Da un metro all’altro possono cambiare l’umidità, la presenza di argilla, si possono incontrare blocchi di tufo affioranti… tutto questo ci aiuterà, per esempio, a prevedere dove la vigna entrerà prima in stress idrico o dove ci saranno più rischi di attacchi fungini per colpa degli eccessi d’acqua.

Tommaso Gallina e il panino alla pancetta

Tommaso Gallina e il panino alla pancetta

A distanza di mesi ripenso all’impresa che ho affrontato con Tommaso e mi vengono in mente i panini alla pancetta divorati col vento gelido sulle orecchie, le radici delle piccole viti controllate una ad una, le marne affioranti che rompendosi rivelavano qualche conchiglia fossile (un tempo da noi c’era il mare)… e un male alla spalla destra che tutte le mattine mi ricorda che: HO PIANTATO LA VIGNA A MANO!

Enrico Druetto


ELIANA NEGRONI

Double passion: jewels and wine | talking about unconventional jewellery and wine experiences

Decrescita Felice Social Network

Il documentario sulle donne del vino naturale

GustoVino

Il documentario sulle donne del vino naturale

armadillo bar | vino-cibo e musica

Il documentario sulle donne del vino naturale

Intravino

Il documentario sulle donne del vino naturale

The WordPress.com Blog

The latest news on WordPress.com and the WordPress community.

Carta Igienica

Riflessioni da bagno nell'Italia che scoppia