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Punta dell’Ufala

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Ciò che mi ha più colpita quando ho conosciuto Paola Lantieri, proprietaria dell’azienda Punta dell’Ufala, sono stati i suoi occhi: brillanti e pieni di sogni. Anzi, soprattutto di un sogno, seguito e perseguito con una volontà che lei stessa ha definito “incosciente”. Ho sempre invidiato chi riesce a cambiare vita accantonando schemi mentali di decenni per imboccare la propria direzione, quella che ha scelto da sè. E dai racconti di Paola emergeva proprio questo: a un certo punto della sua strada ha deciso di acquistare la più vecchia casa dell’isola di Vulcano e gli otto ettari di terreno circostante e di provare a recuperare un’agricoltura che da decenni sull’isola è stata abbandonata. Lei ricordava che quando veniva qui da ragazza, la vallata rivolta a sud, proprio verso la Sicilia, quella chiamata “Gelso”, era tutta coltivata e ogni famiglia aveva qualche filare di Malvasia, con cui realizzava un vino genuino e aromaticissimo per il consumo quotidiano. Le sensazioni di quei bicchieri di vino passito assaggiato dai contadini locali le sono rimaste impresse a livello emotivo e hanno continuato a vibrare negli anni, quando poco per volta l’isola si è svuotata per il boom economico che ha illuso un’intera nazione di poter vivere d’industria e prodotti surgelati facendo a meno della fatica dei campi. Così nel 2003, memore di quei sentori irripetibili, Paola ha deciso di affrontare una sfida sinceramente davvero coraggiosa: coltivare 5 degli 8 ettari a vite e cercare di riprodurre il vino dei suoi ricordi. Senza avere a disposizione conoscenze di viticoltura, agronomi, acqua corrente e telefono, Paola ha dissodato il terreno, ha scelto le barbatelle, ha combattuto contro i conigli selvatici – che in queste zone assumono le fattezze di terribili e pericolosissimi mostri leggendari – e ha iniziato a produrre il suo vino. Sull’isola non ci sono cantine, quindi ogni vendemmia consiste nel raccogliere i grappoli in cassette di legno, caricarli su un camion, che sale su una nave che a sua volta li porterà a Salina, dove avviene la vinificazione. Ora, non ditemi che non ci vuole azzardo per imbarcarsi in un’impresa simile, soprattutto per chi non nasce nel mondo dell’agricoltura.IMG_0223

Però poi Paola stappa una bottiglia della sua Malvasia delle Lipari e di punto in bianco capisci perché valga la pena di cambiare vita. Il terreno vulcanico su questo versante dell’isola è particolarmente sabbioso e sottile e ha il potere di infilarsi e attaccarsi ovunque, con il suo scintillio scuro, al primo alito di vento. In questo modo il vulcano trasmette la sua mineralità a qualsiasi elemento esposto all’aria, soprattutto all’uva, che è condizionata anche dall’ascesa dello iodio dalla scogliera e dalle spiagge su su lungo le pendici. Con una premessa di questo tipo e una mentalità aperta come quella di Paola, che ha saputo fare tesoro immediato degli insegnamenti di Giovanni Scarfone, produttore naturale del mitico Faro, in provincia di Messina, il risultato è stato un vino sorprendente, dai profumi che racchiudono tutta la vita dell’isola: il mare, la lava di un tempo, le erbe mediterranee esposte al vento, il nettare dei fiori trasformato dalle api, la frutta lasciata ad appassire sui graticci… L’oro che all’occhio è così ammaliante, in bocca si trasforma in un fluido dolcemente suadente, che raggiunge con lentezza ogni angolo della bocca per non staccarsene se non dopo lunghi minuti. La mineralità, dicevo, quasi brusca, la freschezza, che rende i sorsi frequenti e non rinviabili e la lunghezza, morbida e severa allo stesso tempo, tutti i segni che lascia il Vulcano. Da quest’anno Paola realizza anche un’altra piccola perla, una Malvasia secca, nata come esperimento, e di cui ora vorrei ci fossero migliaia di bottiglie.


Voci e sentori – numero 1

A tavola, come nella musica, il tempo e le abitudini hanno codificato una serie di abbinamenti più o meno categorici. Ci sono vini e cantanti da tutto pasto, semplici da degustare, onesti, ma senza un carattere ben definito e altri che obbediscono diligentemente a una classificazione sempre valida, anche se ormai un po’ superata: rossi con la carne, bianchi con il pesce; ritmo e voci fresche per i viaggi in macchina, calore e melodia per una serata romantica. Poi ci sono gli outsider, come Mina e Sinatra, i Riesling renani o i Romanée-Conti, vini e voci trasversali che mettono d’accordo tutti e sopravvivono al tempo e alle mode. Pochi, però, hanno il coraggio e le qualità per avventurarsi senza remore lungo i sentieri più ardui, quelli neppure concepibili per molti altri: il fine pasto per i vini, i toni della sensualità da alcova per le cantanti.

Nel 2008, mentre Ornella Vanoni festeggiava i cinquant’anni di carriera, Malika Ayane pubblicava, poco più che ventenne, la sua prima hit di successo. Alta, longilinea e diafana una, scura e mediterranea l’altra eppure, ad ascoltare attentamente Valentina o Senza fine, appaiate a Come foglie o La prima cosa bella, colpiscono più le affinità che le differenze.

Il ritmo non è certo il loro punto di forza. E il segreto non sta neppure nell’interpretazione, sempre straordinaria, del tessuto melodico delle canzoni. Il vero fascino di queste voci è nella sonorità dolce e maliosa, che scioglie le parole fin nelle sillabe per restituircele nuove, inaspettate, mai sentite. Ornella e Malika sfidano con naturalezza le consonanti che le loro colleghe sfuggono, o affrontano con troppa disinvoltura. La “r”, per esempio, di cui smussano la naturale aggressività in un tubare di tortora. O la “n”, di solito tagliente di nasalità e nemica dei cantanti, che in queste due interpreti diventa invece il tagliando vincente di una scommessa impossibile. Nelle vocali, poi, non hanno il piglio delle urlatrici, che spalancano le “a” o le “e” in finale di strofa. La loro vocale è la “o”: un suono lungo di bocca che riverbera pigro fra lingua e palato, prima di varcare le labbra socchiuse portandosi dietro l’eco di un desiderio, come la nostalgia di un fiato caldo di gola.

Sono cantanti da fine pasto, da meditazione, proprio come quei vini ottenuti da uve stramature, colte quando i liquidi negli acini si sono ormai condensati in una polpa asciutta e dolcissima. Sia che i grappoli vengano fatti appassire sulle piante, sia che si asciughino al sole sui graticci, che vengano assaliti dalle muffe nobili o che si raccolgano in pieno inverno quando gli acini sono ghiacciati, il risultato è sempre lo stesso: concentrazione degli zuccheri e aumento della densità rendono il vino simile a un elisir, dove trovano spazio tutti i profumi tipici delle uve surmature, come mandorla, agrumi, albicocca, fichi e smalto. Ma se fosse soltanto una questione di zucchero e densità, un bicchiere basterebbe a soddisfare il palato e il secondo sarebbe già forse di troppo; invece nei migliori passiti la dolcezza e la consistenza poggiano su un’acidità elegante ed energica che garantisce equilibrio e longevità al vino, come capita con certi Sauternes, che hanno decenni sulle spalle e in bocca sono brillanti come ragazzini. La Vanoni ha ammaliato generazioni, con una sensualità che strizza l’occhio all’indecenza e Malika ha iniziato da poco a costruire le basi per uno stile che prenderà corpo negli anni. Ascoltarle è come assaggiare due versioni di Chateau d’Yqem, uno d’annata e uno imbottigliato da poco: tutti e due al primo sorso lasciano senza fiato, ma ci vuole la giusta attenzione per capirne le sottigliezze e apprezzarne l’evoluzione espressiva nel corso del tempo. Bisogna scegliere un bicchiere piccolo ma dalla bocca ampia, riempirlo fino a metà, accendere lo stereo e assaporare ogni sfumatura, del vino e della musica.



ELIANA NEGRONI

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