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Asotom

Tommaso Gallina e il panino alla pancetta

Tommaso Gallina e il panino alla pancetta

Il vero problema di Tommaso Gallina è stargli dietro. L’abbiamo conosciuto una sera di oltre un anno fa, quando è venuto a casa nostra a cena per farci assaggiare i vini. E’ arrivato con undici bottiglie, scusandosi per non avere potuto portarle tutte. Di quella prima degustazione mi ricordo poco, anche perché è stata praticamente alla cieca – uno dei massimi divertimenti di Tommaso – e verso il quinto bicchiere iniziavo già a vacillare. Mi ricordo però bene che le bottiglie aperte erano state riassaggiate per diversi giorni, anche con pause piuttosto lunghe, e i vini, invece di temere il passaggio del tempo, si esaltavano, evidentemente contenti di essere messi alla prova. E ancora adesso, dopo oltre un anno che ne distribuisco i vini, ogni tanto Tommaso se ne arriva con una bottiglia che non conosco e che chissà dove teneva. Lui sperimenta, azzarda, estremizza, sempre nel pieno rispetto di vitigni, vigne e terreno. E’ in cantina che si diverte di più, misurandosi con vinificazioni diverse applicate alle varietà che ha a disposizione. Ci tiene a ricordare che non ha nulla di proprietà, soltanto idee e che ha tutto in gestione. Barbera, Freisa, Grignolino, Ruché, Cortese, Erbaluce e Baratuciàt – tutti vitigni tipici del Piemonte, compreso l’ultimo, quasi dimenticato, che ultimamente è stato riscoperto da Tommaso e da Enrico Druetto, di cui parleremo presto. Tommaso un tempo faceva il geometra, poi si è stufato e ha deciso di avvicinarsi al lavoro del fratello, che aveva aperto un’azienda agricola. Il vino: “perché mi diverte farlo, posso viaggiare e conoscere tanta gente interessante”. La prima tendenza è stata quella della surmaturazione, mentre negli ultimi anni Tommaso sta alleggerendo la mano. De Gustibus: con il caldo di questi giorni berrei soltanto Oso 2013, rosato ancestrale da Barbera, mentre in pieno inverno una sua Riserva è una vera e propria benedizione. Tanti i vini, dicevamo, tutti classificati con nomi di fantasia, assolutamente allergici a qualsiasi forma di denominazione istituzionale:

Smentià, Barbera da una vigna giovane, chiamata Naomi in onore della Campbell. Vinificazione soltanto in acciaio, con risultati profumati e intensi: una Barbera come dev’essere, senza aggiungere altro.

Asotom, Barbera dalla mitica vigna Claudia (indovinate in onore di chi?), di settant’anni. Vinificazione in botti grandi, con una completezza assoluta. Si sente che Tommaso ha una predilezione per queste uve: in ogni sorso si percepisce tutta la passione coinvolta.

Istinto; tutti i vini a base Grignolino, la varietà con cui Tommaso si diverte di più.

Estinto; le bottiglie che nascono da base Freisa. Il nome è dovuto al fatto che la vigna vecchia di Freisa che Tommaso lavorava è stata espiantata. Ora fortunatamente, dopo qualche anno, ne ha trovata un’altra: sarebbe stato un peccato dover rinunciare alla Freisa come la intende lui.

Oso; ogni anno Tommaso fa un esperimento con un vitigno o una vinificazione particolare. Interessantissimo l’Oso 2012, a base Ruchè e poi il mio preferito in assoluto, l’Oso 2013, di cui vi parlavo prima. Purtroppo finito, se ne trova ancora un pochino in giro e le sei bottiglie che io ho ancora non le cedo nemmeno sotto minaccia di morte.

Egostista; tutti i bianchi. Arneis, Cortese, Erbaluce, Baratuciàt. Anche in questo caso le composizioni e le sperimentazioni variano a seconda delle annate.

Vale davvero la pena andare a trovare Tommaso Gallina in azienda. Magari, se gli siete particolarmente simpatici, vorrà condividere con voi una delle bottiglie che non ha il coraggio di vendere, perché ci è troppo affezionato.

Qui di seguito il video girato da Asotom in maggio:

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Nuove aziende

senza_trucco_viniLa mia piccola distribuzione di Vini Senza Trucco compie un anno in questi giorni. E’ un lavoro stupendo, anche se ogni tanto mi affaccio ancora in qualche enoteca in cui al solo sentire parlare di vini biologici e biodinamici vedo reazioni tipo gatto davanti alla vasca da bagno. Fortunatamente le nuove generazioni hanno approcci più possibilisti, anche quando non hanno diretta conoscenza delle etichette che propongo. Per non parlare dei locali che hanno da tempo in carta i vini naturali, che esultano ogni volta che prendo una nuova azienda in listino. Nel’ultimo periodo praticamente è una festa, anche perché ho deciso di non farmi spaventare dai rischi economici e aumentare le cantine, seguendo passione e istinto.

Iniziamo dal Piemonte. Già a maggio ho contattato due produttori che poi nei mesi sono diventati punti cardine del mio listino: Enrico Druetto e Tommaso Gallina (Asotom), che collaborano fra loro e danno declinazioni forti e personali dei vitigni della loro zona, Barbera su tutti. Da settembre è invece etrato a fare parte del gruppo Senza Trucco Simone Roveglia, dell’azienda Spaventapasseri (marchio Cento Filari), ottime Freisa e Barbera e incredibile Pinot Nero dal nome suggestivo, Brigante. Questa volta siamo a Mombaruzzo, nell’astigiano. A ottobre mi hanno contattata Lidia e Paolo della cantina Rocco di Carpeneto, che abitavano e lavoravano a Milano e hanno lasciato tutto per comprare una cascina in una zona che non conoscevano, Ovada. Il loro punto di riferimento è il Dolcetto di Pino Ratto, che ci ha lasciato un paio di settimane fa e di cui ricorderò sempre l’arte che impregnava qualsiasi cosa facesse. Dolcetto favoloso, come dovrebbe sempre essere in quelle zone, e poi Barbera e Cortese buonissimi. Infine, ultimo ingresso, Andrea Tirelli, sui colli tortonesi. Per intenderci, quello che ha sulle etichette il Triskell celtico. Torinese di origine, tornato nelle vigne dei nonni per non abbandonare un pezzo di cuore: da anni in biodinamica, fa poche bottiglie di Timorasso, Cortese, Barbera, Freisa e Dolcetto.

Cambiamo regione. Non pensavo che avrei mai preso un Franciacorta, ma Tommaso Gallina mi ha fatta contattare da Ca’ del Vent. Assaggiare le loro bollicine è stata una rivelazione: niente di più lontano dai vini costruiti a tavolino dagli industriali della provincia bresciana. Anima e sensibilità nel capire le vigne e interpretare le vinificazioni. Un festa.

Anche in Veneto ho un nuovo nome: Franco Masiero (del gruppo Co.Vi.Bio.), un piccolissimo produttore di Merlot e a breve anche di Pinot Nero. Siamo a 500 metri sul mare, in zona vulcanica. Un vino che mi ha fatta riappacificare con un vitigno che non ho mai amato.

In Liguria da qualche mese c’è un nuovo nome, molto amato dai frequentatori dell fiere: Santa Caterina di Andrea Kihlgren. Su tutti il Vermentino, stratosferico. Unico neo: le bottiglie finiscono troppo presto!

Ci ho messo un po’, ma alla fine ce l’ho fatta ad aggiungere una delle zone più blasonate del nostro paese. Era un po’ che facevo gli occhi dolci a Francesca Padovani di Campi di Fonterenza: in genere il Brunello non è uno dei miei vini preferiti, ma la sua versione, rigorosa e tradizionale corrisponde perfettamente a quello che amo nel vino. Buonissimi anche il Rosso e il Rosato.

Il sud. Prima dell’estate ho iniziato a lavorare con Cantina Morone, nella zona di Benevento. Anche in questo caso l’innamoramento per un vino che avevo sempre trovato anonimo: la Falanghina, la loro punta di diamante. Favolosi anche il Fiano e un piccolo vitigno a bacca scura ultimamente riscoperto, il Pidirosso.

Passiamo poi in Calabria, perché finalmente nel listino Senza Trucco c’è A’ Vita, di Francesco de Franco. Un Cirò come si deve, elegante e potente allo stesso tempo, strappo ai vini di una regione che non ha mai compreso appieno il proprio potenziale.

Infine salto in Francia, con i produttori di due Champagne del gruppo Co.Vi. Bio. : Jacques Lassaigne (Blanc de Blanc) e Olivier Horiot (Pinot Nero).

Piccolo ripasso sulle altre aziende:

Piemonte

– Caroussin

– Cantine del Castello Conti

– Coutandin

– Baldo Rivella

– Remo Hohler

Lombardia – Oltrepò Pavese

– Piccolo Bacco del Quaroni

Veneto

– Ca’ dei Zago

Friuli Venezia Giulia

– Zidarich

– Franco Terpin

Liguria

– Le Rocche del Gatto

Emilia Romagna

– Vigneto San Vito

– Quarticello

– Vittorio Graziano

Toscana

– Podere Le Boncie

Marche

– La Distesa

– La Marca di San Michele

Abruzzo

– De Fermo

Campania

– Cantina Giardino

Sicilia

– Nino Barraco

– Valcerasa Bonaccorsi

– Punta dell’Ufala

Francia

– Mark Kreidenweiss – Alsazia

– Emmanuel Giboulot – Borgogna

– Chateau de la Selve – Ardèche

Sto costruendo proprio in questi giorni il sito di Senza Trucco: spero che finalmente sarà più facile trovare informazioni sul nostro lavoro!


QUANDO NON SI USANO DISSECCANTI

Filare di viti zappato a mano

Filare di viti zappato a mano

Ecco un altro articolo di Enrico Druetto, il nostro amico farmacista, che mi stupisce sempre di più con i suoi pensieri e i suoi vini: ho appena assaggiato “Parej”, l’ultimo nato in cantina, un blend di Barbera e Freisa, fresco e potente, romantico e anarchico: come è possibile definire così un vino? Avrò modo di raccontarvi in un altro momento la degustazione…

Esistono molti lavori in vigna che risultano lunghi ed estenuanti. Tra questi i più odiosi sono la spollonatura (ovvero l’eliminazione deI ricacci della vite alla base e sul tronco) e la zappatura dell’erba intorno alle piccole viti. Spesso quest’ultima fatica viene aggirata ricorrendo all’utilizzo di grandi quantità di disseccanti o diserbanti, anche in zone che fanno del turismo enologico la propria bandiera.

Per rendersi conto del problema è sufficiente fare un giro in primavera fra le vigne delle Langhe, del Chianti ma anche dell’Alsazia, dello Champagne, ecc.: non potrete far a meno di notare delle orrende strisce rosso-brune ai piedi dei filari, inequivocabile effetto dei disseccanti!

Vite appena rifinita

Vite appena rifinita

Per fortuna non lavorano tutti nello stesso modo. La fatica da mettere in conto per non ricorrere a quei mezzi può essere però TANTA. Per fare un esempio, quest’anno ho dovuto zappettare le circa 6000 viti del nuovo ettaro di vigna: premettendo che l’annata 2014 si sta rivelando più problematica del normale a causa delle piogge frequenti (tanta acqua, altrettanta erba), sono già al terzo giro di zappatura manuale; se si considera che per pulire una singola vite sono necessarie 20- 30 zappettate significa che sono state effettuate dalle 120 alle 180.000 ( CENTO-OTTANTA-MILA!!! ) zappate per giro, divise fra quattro persone.

Per fortuna quando le viti saranno al 3°-4° anno, si potrà ricorrere a mezzi meccanici che mi aiuteranno a ridurre il tempo necessario per questo lavoro da 400-500 a 70-80 ore a ettaro.

Quando si riesce ad arrivare alla fine di lavori come questo, si ha una sensazione di grande appagamento, quasi si fosse riusciti a realizzare una straordinaria impresa. Tutte le volte obbligo mio padre, mia madre o chi capita, a venire a vedere quanto è stato fatto… e devo dire che mi guardano sempre con commiserazione, come a dire “Povero cretino, ma chi te l’ha fatto fare?!”.

Poco tempo fa, al ritorno dalla vigna, è mi è capitato di avere un cliente giunto inaspettatamente in cantina; al momento del pagamento mi chiede uno sconto: al posto che al terreno la zappata l’avrei data a lui (la 180’001)!

Piccola vite spontanea nata da seme

Piccola vite spontanea nata da seme


LE BARRIERE VERDI A PROTEZIONE DEI VIGNETI BIOLOGICI

Eccoci al nostro consueto appuntamento settimanale con gli articoli di Enrico Druetto. Mi rendo sempre più conto che la sua visione, che potrebbe sembrare romantica e bucolica, non è che il portato di una conoscenza antica, dei tempi in cui nella natura si cercava una collaboratrice e non un nemico da annientare.

Spesso i vigneti biologici si trovano vicino a vigneti, campi, frutteti che biologici non sono. E’ lecito chiedersi come si possa riuscire a garantire la salubrità del raccolto in queste condizioni.

Barriera di "avena altissima", cresciuta spontaneamente, e meli selvatici

Barriera di “avena altissima”, cresciuta spontaneamente, e meli selvatici

Di nuovo la natura ci mette a disposizione potenti mezzi per realizzare i nostri intenti. Per esempio i bellissimi iris (iris germanica) riescono ad accumulare nel loro rizoma grandi quantità di sostanze inquinanti sottraendole al terreno circostante; le comunissime canne (arundo donax), oltre a fornire alle viti tutori completamente biodegradabili e rinnovabili, si comportano da barriera frangivento bloccando con le loro foglie polveri asperse nell’aria; e ancora graminacee come l’avena, che cresce spontanea nei campi non diserbati (avena altissima), possono creare coi loro steli lunghi e sottili dei veri e propri “filtri” per l’aria che proviene dalle vicine coltivazioni.

Oltre a favorire e gestire l’insediamento di queste specie spontanee, io ho impiantato le nuove vigne a debita distanza dai confini dei miei terreni. Apparentemente potrebbe sembrare uno spreco di superficie coltivabile (oltre il 10% della coltivazione stessa), in realtà questo approccio alla gestione del suolo non sta dando risultati solo per quanto riguarda la pulizia del terreno ma inaspettatamente anche come rifugio per l’avifauna locale. Probabilmente l’agricoltura di tipo intensivo ha lasciato pochi spazi per la nidificazione degli uccelli o per le tane di topolini campestri, lepri, ecc.

Bulbi di Iris Germanica raccolti in prati stabili. In pochi anni creeranno delle vere e proprie bordure ai confini del vigneto, che serviranno per filtrare l'acqua proveniente dalla parte più alta della collina.

Bulbi di Iris Germanica raccolti in prati stabili. In pochi anni creeranno delle vere e proprie bordure ai confini del vigneto, che serviranno per filtrare l’acqua proveniente dalla parte più alta della collina.

Spesso durante i lavori estivi mi è capitato di vedere leprotti uscire dalle barriere di avena spontanea e avventurarsi all’interno della vigna a brucare un po’ di erba medica, oppure quaglie nascondersi sotto i ciuffi più alti per sfuggire allo sguardo dei corvi. Con tutta questa vita intorno, mi sono ricordato di quando vendemmiavo coi nonni, tanti anni fa, e in mezzo alle viti si trovavano i nidi dei passerotti…


LA COLTURA ASSOCIATA DI VITI E LEGUMINOSE NEL VIGNETO BIOLOGICO

Dopo due mesi di colpevole assenza, con in mezzo un ingombrante trasloco e una sospirata vacanza, Senza Trucco inaugura la stagione autunnale (qui a Torino stamattina sembra di essere a novembre) con un nuovo articolo di Enrico Druetto, il nostro amico farmacista/produttore, che sta riscontrando grande apprezzamento con i suoi interventi. Questa volta l’argomento è la coltura di leguminose nei vigneti: sarebbe bello se tutti potessero trarre insegnamento dalle parole di Enrico e ricorrere, come lui, alla natura quando ce n’è bisogno e non ripararsi sotto l’accogliente ombrello dei concimi chimici.

Quando si parla di vigna normalmente si pensa a una coltivazione organizzata di viti disposte in file parallele e basta.

La vigna è, o dovrebbe essere, invece un ecosistema complesso che ruota intorno alle piante: la parte aerea di esse è solo la punta dell’iceberg, mentre per diversi metri in profondità nel terreno avvengono l’assorbimento delle sostanze nutritive, la competizione fra radici di diverse specie vegetali, la simbiosi delle radici stesse con svariate micorrize, ecc.

E’ ormai riconosciuta da tempo l’utilità delle leguminose all’interno del vigneto per migliorarne la fertilità. Tra queste possiamo ricordare le fave, varie specie di trifoglio, il pisello proteico, il ginestrino e l’erba medica. Tutte specie in grado di produrre una grande quantità di biomassa che serve a reintegrare la parte organica del terreno, inevitabilmente impoverita dopo ogni vendemmia.

Giovani viti con alle spalle erba medica e avena

Giovani viti con alle spalle erba medica e avena

Con le loro radici le leguminose riescono a ospitare un batterio, l’azotobacter, in grado di fissare nel terreno l’azoto, indispensabile non solo per la vita delle piante ma anche per la fermentazione del mosto. Inoltre assorbono dal terreno e rendono disponibili tutta una serie di microelementi che le viti stesse non riuscirebbero a sfruttare da sole, specialmente in terreni argillosi e calcarei. Infine hanno la capacità di proteggere il terreno dal dilavamento eccessivo di nutrienti, che avviene dopo ogni pioggia intensa, e riducono l’erosione del suolo rendendolo più stabile.

Fra le leguminose un posto d’onore spetta sicuramente all’erba medica. Poco utilizzata in passato per un presunto eccesso di competizione radicale con le viti è invece l’unica specie in grado di produrre tanta sostanza organica quanta ne viene prelevata con la vendemmia. Ha radici che si spingono oltre i due metri di profondità e riescono ad aprire e arieggiare terreni molto compatti e asfittici come quelli argillosi. Per finire è in grado, con la sua fioritura prolungata e ripetuta, di attirare gli insetti pronubi come api e bombi.

Per evitare l’utilizzo di concimazioni chimiche è importante quindi ricorrere alle risorse che la natura ci ha messo a disposizione e gestire contemporaneamente sullo stesso appezzamento più specie vegetali rendendone la coltura sostenibile per molti anni.


Le vigne dimenticate

Oggi voglio dedicare il post al secondo articolo che mi ha mandato Enrico Druetto, dopo quello sul piantare una vigna a mano. L’argomento è la vendemmia nelle vigne dimenticate: come vi accennavo in settimana, Enrico e Tommaso Gallina, stanno recuperando dei vecchi vigneti destinati all’abbandono. Questa loro dedizione, che ai più potrà sembrare una folle lotta contro lo scorrere del tempo, per me è l’ennesima attestazione di un amore incondizionato per il territorio in cui vivono: la volontà di salvare storie e tradizioni è sintomo di una sensibilità antica, radicata e coraggiosa.

cascarolo bianco... la "nonna" di molte delle attuali varietà di vite piemontesi! Questa è l'ultima vite...

cascarolo bianco… la “nonna” di molte delle attuali varietà di vite piemontesi! Questa è l’ultima vite…

LA VENDEMMIA NELLE VIGNE DIMENTICATE

Ci sono vigne dimenticate perchè si trovano in posti molto scomodi, altre perchè non adattabili alla meccanizzazione integrale, altre, infine, perchè composte da una grande varietà di viti ritenute non più interessanti.

Qui in Monferrato capita di imbattersi in vecchi viticoltori che ostinatamente continuano a recarsi in vigne scomodissime perchè lì conservano delle viti che danno un’uva speciale.

Appena chiedi loro qualche informazione al riguardo, incominciano con una serie di storie riguardante amici che diedero loro un varietà particolare, di emigranti che portarono con sè viti della terra natia… di quella volta in cui, andando a caccia, scoprirono in una vigna delle specie che davano frutti strepitosi e loro subito a coglierne i tralci da innestare.

i colori della vite poco prima che cadano le foglie

i colori della vite poco prima che cadano le foglie

Non si spiegherebbe altrimenti il fatto che nelle nostre vigne di oltre 60-70 anni si trovino varietà come l’Ancellotta, il Moscato di Terracina, il Tocai Rosso (per alcuni è Aleatico), l’Hermitege (una varietà di Ruchè), il Sangiovese, il Bianver (in Francia Verdesse, in Svizzera Altesse), alcune malvasie liguri… l’elenco è lunghissimo.

Proprio queste vigne rappresentano per me la più grande risorsa a nostra disposizione per rilanciare la viticoltura del Monferrato, poiché la contemporanea presenza di più varietà all’interno di una piccola vigna ci permette di capire quali sono le viti più resistenti alle patologie fungine, alla siccità, all’incuria. 

vite di barbera centenaria

vite di barbera centenaria

Il momento in cui le antiche vigne danno il massimo spettacolo è sicuramente la vendemmia: percorrendo pochi metri tra i filari, ci si imbatte continuamente in diverse forme di grappolo, diverso colore degli acini, diverso portamento delle viti e del colore delle loro foglie, ma soprattutto si possono percepire i diversi sapori degli acini.

Ogni volta che vendemmio, mi commuovo al pensiero dello sforzo che fanno queste antiche viti nel produrre questi pochi grappolini. Chissà quanti viticoltori si sono incurvati su questa terra e quali pensieri avevano, quali preoocupazioni per portare a casa il frutto del loro lavoro.

grappolino di barbera da viti vecchie

grappolino di barbera da viti vecchie

Intanto, assaggiando un acino di Moscato di Terracina, mi immagino colui che lo portò con sè partendo da lontano… probabilmente  al momento di raccogliere quest’uva pensava alla sua terra.

Enrico Druetto


Perchè piantare la vigna a mano

Da qualche tempo nel mio listino sono comparsi i nomi di due giovani produttori piemontesi, che spesso lavorano assieme, ma che hanno cantine distinte: Enrico DruettoTommaso Gallina (Azienda Agricola Fato). Chi è venuto a maggio a Vini di Campagna, ha potuto assaggiare i loro vini, per la maggior parte a base Barbera, ottenuti con il rifiuto totale di interventi e nel massimo rispetto dell’ambiente. Ho avuto modo di frequentarli ultimamente e di riscontrare con sollievo una filosofia che è una boccata d’aria fresca per chi, come me, crede nei vini genuini e non adulterati. Salvano vecchie vigne, destinate all’abbandono, e le curano con dedizione, custodendone la più antica essenza. Così è nato il

La gelata

La gelata

Quatman (letto alla piemontese “quattro mani” e non all’inglese “Quotmen” come fa qualcuno…), rosato figlio di una vendemmia precoce per evitare che caprioli e cinghiali depredassero le viti coltivate in mezzo a un bosco. E così nascono il Morej (la Barbera di Enrico, allo stesso tempo possente e leggiadra, perfetta per alleviare una giornata cupa come questa), o lo Smentià, l’Aso-Tom, il Guj, il Nessuno (le diverse etichette con cui Tommaso, eclettico e sempre in cerca di qualcosa di nuovo e migliore, battezza le varie declinazioni dei suoi vini). E’ buffo: Enrico è un farmacista, eppure (o forse proprio per questo) ha fatto del rinnegare la chimica la sua parola d’ordine in vigna e in cantina. Mi ha mandato un bell’articolo che vi ripropongo, perchè mi sembra il primo e fondamentale  passo per chi si avvicina a una viticoltura consapevole.

PERCHE’ PIANTARE LA VIGNA A MANO

Nel mese di dicembre io e l’ amico Tommaso Gallina stavamo programmando il da farsi riguardo l’impianto della nuova vigna.

Enrico Druetto con la "prima vite"

Enrico Druetto con la “prima vite”

Che fare? Affidarsi ai tanti professionisti del settore che arrivano con sistemi automatici di messa a dimora delle viti (precisi al centimetro!), dotati di sistemi GPS avanzati, squadratori del terreno al laser, macchinari in grado di aprire il terreno in qualsiasi condizione manco fossero la spada laser di uno Jedi? ODDIO NO!!!

Certo che a dicembre col gelo, dotati di due zappe e due forchettoni da vite… Ah già… anche di due cordini lunghi 180 metri e segnati col pennarello rosso ogni 75 cm (per sapere a che distanza mettere le viti, no?!). E Tommaso a dirmi “Dai che te ne ricorderai di questa impresa, quando sarai vecchio potrai dirlo a tutti di che avevamo piantato da soli 6000 viti a -4° C, se saremo ancora vivi…”

Ebbene, mi son sempre fidato dell’istinto per le imprese folli e romantiche e anche questa volta  ci sono state delle sorprese che porterò sempre con me e saranno importantissime per la mia azienda biologica.

Alle prese con un blocco di marna

Alle prese con un blocco di marna

I vecchi sostenevano che la terra che non poteva essere lavorata dai buoi non dovesse essere calpestata fino a quando il tempo non lo avesse permesso. Ora, coi moderni trattori, non ci si rende più conto di quando la terra è troppo umida o troppo asciutta per poter essere lavorata. Si recano enormi danni al terreno, provocando soffocamento delle radici per la troppa compattazione o dilavamento dei nutrienti dello strato fertile del terreno a causa di diserbo…

Innanzitutto le viti messe a dimora non provenivano da un singolo clone di un singolo vitigno, ma da selezioni massali fatte direttamente nelle vigne più vecchie, prelevando i tralci delle viti apparentemente più forti e sane. In fase di innesto nessuna forzatura per garantire l’attecchimento delle barbatelle tramite ormoni e nutrienti chimici. Naturalmente solo le viti più forti sopravvivono, ma sono molto diverse fra loro… c’è quella vigorosissima, c’è quella con molte radichette e smilza, c’è quella che va protetta perchè sembra un cucciolo smarrito.

Il fatto di poter piantare la vigna A MANO aiuta a tastare il terreno passo dopo passo. Dove emergono le pietre o il terreno si fa più compatto abbiamo messo a dimora le viti più forti; deve il terreno è più protetto dalle correnti ed è più fresco, abbiamo scelto di mettere quelle che avevano bisogno di un po’ d’aiuto. Da un metro all’altro possono cambiare l’umidità, la presenza di argilla, si possono incontrare blocchi di tufo affioranti… tutto questo ci aiuterà, per esempio, a prevedere dove la vigna entrerà prima in stress idrico o dove ci saranno più rischi di attacchi fungini per colpa degli eccessi d’acqua.

Tommaso Gallina e il panino alla pancetta

Tommaso Gallina e il panino alla pancetta

A distanza di mesi ripenso all’impresa che ho affrontato con Tommaso e mi vengono in mente i panini alla pancetta divorati col vento gelido sulle orecchie, le radici delle piccole viti controllate una ad una, le marne affioranti che rompendosi rivelavano qualche conchiglia fossile (un tempo da noi c’era il mare)… e un male alla spalla destra che tutte le mattine mi ricorda che: HO PIANTATO LA VIGNA A MANO!

Enrico Druetto


ELIANA NEGRONI

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