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Resistenza Naturale ad Assaggi DOC

munlabDomani, sabato 14 giugno, al Festival Assaggi DOC, ” il cinema d’autore in cascina con corti, lungometraggi e animazioni, per conoscere l’agricoltura e gli agricoltori da vicino”, gran finale con la proiezione del film di Jonathan Nossiter Resistenza Naturale.

Due anni fa, quando ci fu la proiezione di Senza Trucco al Piccolo Apollo di Roma, chiedemmo a Jonathan di venire a moderare il dibattito e lui impreziosì il nostro documentario parlandone in termini entusiastici e sottolineandone il valore etico e politico. Ora è il momento di ricambiare, visto che l’organizzazione di Assaggi DOC mi ha chiesto di introdurre la proiezione di Resistenza Naturale e moderare il dibattito successivo. La serata sarà scandita dalla degustazione dei vini di due dei protagonisti del film di Nossiter: in apertura sarà servito Terre Silvate di Corrado Dottori de La Distesa (che ho il grande onore di distribuire qui a Torino) e durante il dibattito si potrà assaggiare invece Nibiò, il Dolcetto di Cascina degli Ulivi.

Quando, anni fa, mi sono laureata in Storia del Cinema, ho pensato che non mi sarebbe dispiaciuto diventare un critico e, allo stesso modo, quando ho preso il diploma da sommlier, mi sono spesso sognata alla guida di degustazioni AIS. Poi la vita ha preso altre strade, la regia e il vino naturale. Eppure domani sera mi troverò a parlare pubblicamente dell’ultimo film del regista di Mondovino, un film-culto per me, e di due produttori simbolo del movimento dei vini senza chimica. Tutto prima o poi torna.

L’appuntamento è per domani sera, 14 giugno, alle 21, al Munlab Ecomuseo dell’Argilla, via Camporelle 50, Cambiano (TO).


In donne veritas – Storie di Resistenza, Terra Bagnata e Streghe

 CARTOLINA2Sabato 7 giugno sarò ospite di una serata speciale, la prima del ciclo di incontri “In Donne Veritas”, progetto culturale dedicato a musica, cibo, vino, poesia, tradizione e storia piemontese. Oltre a me saranno presenti personaggi del calibro di Roberta Castoldi, Dominique degli Esposti, Franco Loi, Soledonna, Erika Urban, Sara Tardelli e, soprattutto, Arianna Occhipinti, che rivedo dopo tanto tempo con immensa gioia. La location è un luogo caro alle memorie partigiane, Cascina Langa, dove Fenoglio trascorse l’inverno fra il ’43 e il ’44 e ne disse: “Qui c’è sempre stato da bere e da mangiare…”.

E così sarà anche sabato sera, con il menu biologico allestito da Anna Blasco del Qubì di Torino e i vini che invece porterò io: Prosecco Colfondo di Ca’ dei Zago, Pignoletto Sui Lieviti di Vigneto San Vito, Gavi di Molinetto Carrea, Rossese di Le Rocche del Gatto e Moscato Filari Corti di Carussin.

Intrigante il tema dell’evento – Il Vino delle donne: storie di Resistenza, di Terra bagnata e di Streghe. Resistenza, terra bagnata e streghe. Sono contenta che sia venuto in mente Senza Trucco ragionando su questi tre argomenti, che mi sono cari come pochi altri. Sono memorie di un passato nemmeno troppo lontano, ma lasciato passare velocemente, a volte dimenticato. Le Langhe ne conservano ancora alcune tracce, sempre più in pericolo. Eventi come quello di sabato sera possono renderne viva l’eco e lasciare sperare che l’oblio non se ne impossessi del tutto.

Per la cena, prevista per le 20, sono disponibili ancora circa 10 posti.

Cascina Langa è in Via Cappelletto, 36 a Trezzo Tinella (CN)

Per tutte le informazioni rivolgersi a Domenico Battaglino: battaglinodomenico@gmail.com, mobile: 333 48 42 728 – 0173 63 05 37

 

 


Dopo l’anteprima di Resistenza Naturale

Finalmente sono riuscita a vedere il nuovo documentario di Jonathan Nossiter, un amico che ha avuto una grande importanza nella storia di Senza Trucco e che, come noi, si è schierato da tempo al fianco dei produttori di vino naturale. In Resistenza Naturale si raccontano quattro personaggi, Elena Pantaleoni de La Stoppa, Corrado Dottori de La Distesa, Giovanna Tiezzi di Pacina e Stefano Bellotti di Cascina degli Ulivi, viticoltori rigorosi, che lavorano la terra e danno vita al proprio vino senza scendere a compromessi. Ciascuno parla singolarmente dell’esperienza che lo contraddistingue e trova poi un confronto costruttivo nei momenti conviviali, in cui la discussione sulle regole del mondo del vino si trasforma spesso in una presa in giro del sistema vigente. Naturalmente si coglie dietro le risate la rabbia per commissioni e disciplinari assurdi e miopi, però quello che emerge è la consapevolezza di agire nel modo più giusto verso la natura e il consumatore, subendo spesso colpi bassi da parte di un sistema di controllo vittima dei dettami dell’industria del vino.

Una scena su tutte: Stefano Bellotti mostra una zolla appena zappata del suo terreno e poi la accosta a un pugno di terra del suo vicino, che lavora da anni in convenzionale, usando pesticidi, concimi e diserbanti. Devo davvero descrivere la differenza? Jonathan la definisce cosi: life and death, la vita e la morte…

Resistenza Naturale non doveva essere un film, ma il backstage dell’edizione italiana degli extra di Mondovino (tutto il girato non montato nel film originale, ma rielaborato in una bellissima collezione di dvd, già uscita in diversi paesi all’estero). Il materiale ottenuto era davvero buono e Jonathan si è reso conto che c’erano le basi per un nuovo documentario sul vino, forte e schierato come il precedente. Però molto diverso: qui non si vedono magnati dell’industria enologica e non ci sono critiche dirette a multinazionali del vino. I protagonisti sono quattro produttori a cui ci si affeziona incondizionatamente e che diventano, agli occhi del pubblico, i paladini di un sistema antico di fare agricoltura, quello che non conosceva lo sfruttamento del territorio, ma era riconoscente per ciò che la natura sa offrire.

Resistenza Naturale non è solo un film sul vino: un terzo della narrazione è dedicata al cinema, nell’Istituzione della Cineteca di Bologna, rappresentata dal suo Direttore, Gian Luca Farinelli. Da anni la Cineteca si occupa di restaurare pellicole storiche, restituendole allo splendore originale e a un pubblico consapevole. Ecco che il documentario è cadenzato da scene di film leggendari, da Chaplin a Monicelli a Rossellini. Resistenza tout-court: al potere costituito ne Il Marchese del Grillo, alla dominazione nazi-fascista in Roma Città Aperta e al mito della ricchezza ne La Febbre dell’oro. E all’oblio del tempo da parte della Cineteca.

Nossiter ha saputo raccontare il proprio bisogno etico e politico di salvaguardare il buono del passato contro un’imperversante sete di consumo di massa attraverso le sue due grandi passioni, cinema e vino. Che sono le stesse che condivido e che avrei voluto saper descrivere così. Bravo Jonathan e grazie da parte di chi cerca di resistere.

Di seguito uno stralcio dell’intervento di Nossiter e Bellotti dopo la proiezione.


Ritorno

IMG_1012Lo so che molti di voi faranno un salto sulla sedia appena avranno la notifica di un mio post dopo quasi un anno… Mettiamola così: mi sono presa una lunga pausa sabbatica per dedicarmi completamente al nostro piccolo Teo, al cambiamento di città (da Roma a Torino) e all’apertura di una distribuzione di vini naturali, che si chiama proprio come il documentario, Vini Senza Trucco. Prima o poi vi racconterò delle cantine che ho scelto e del perchè proprio Torino. Intanto posso dirvi che piano piano stiamo tornando al lavoro e anche Senza Trucco si è rimesso a circolare per festival (soprattutto all’estero) e proiezioni varie. Vi segnalo in particolare quella di stasera a Pero, in provincia di Milano, dove sarò presente e guiderò una piccola degustazione successiva al film. I vini che assaggeremo sono Il Pinot Nero Charmat e la Bonarda Vivace di Piccolo Bacco dei Quaroni, Il Gavi Docg di Molinetto Carrea e il Nebbiolo delle Colline Novaresi delle Cantine del Castello Conti. Se qualcuno di voi fosse da quelle parti, sappia che mi farebbe davvero piacere ritrovare un po’ di amici dopo un’assenza così lunga!

A presto e bentrovati!


Corrispondenza attorno a Il Re del Mosto

Recensione di Veronelli di un vino de La Stoppa (1881)

Dopo avere respirato fino in fondo, anche se da distante, l’atmosfera in cui erano immersi Giacomo e i suoi amici, più di una volta mi sono ripetuta che, se fosse vivo oggi, forse incontrerei il nostro protagonista a Vini di Vignaioli, La Terra Trema e Vini Naturali a Roma. Ho riconosciuto in molti dei miei amici produttori quello stesso entusiasmo garibaldino, quell’insofferenza mal celata verso le convenzioni (intese in tutti i sensi) che ho imparato a leggere nelle testimonianze su di lui. Da uno scambio di mail con Elena Pantaleoni de La Stoppa ho ricevuto qualche conferma in più riguardo questo mio pensiero, ma sono anche riuscita a capire meglio quello che Giacomo amava ripetere spesso: “Il peggiore vino del contadino è migliore del migliore vino d’industria”: non è forse questa la filosofia alla base di ogni mia scelta di bottiglia? Vi ripropongo il nostro scambio epistolare, sperando di risvegliare qualche altro ricordo che possa consolidare il mio punto di vista.

 

Carissima Giulia,

sabato sera ero a casa, sola, pioveva, e mi sono detta: questa è la serata giusta per vedere il nuovo film di Giulia. Mi è piaciuto molto, mi ha fatto venire un po’ di malinconia, perché quando ho iniziato a lavorare nel mondo del vino, le persone che compaiono nel film erano quelle di riferimento allora. Mi ricordo un Vinitaly, credo fosse l’88: mia madre mi portò come prima visita e assaggio (alle 9,30 del mattino!) nello stand di GiacomoBologna. Sembrava un altro mondo rispetto agli altri stand: c’era allegria, si mangiava si beveva, non si degustava!

E poi Veronelli: noi facevamo parte della Vide, l’associazione creata da lui nel ’78. Facevamo il Vinitaly e le altre manifestazioni assieme a Marta Galli de Le Ragose, i Giuntini di Selvapiana, Schiopetto, Volpe Pasini, Vallania: per noi, soprattutto per me, era un tale onore essere insieme a tutti questi grandi produttori… Allora non si parlava di vino naturale e vino convenzionale, ma di agricoltori e di industriali: questa era la distinzione, netta, tra chi faceva vino con le proprie uve e chi invece le comprava. Altro mondo, altre storie, altri entusiasmi…

 

Cara Elena,

grazie per le tue parole nei confronti del nostro documentario, ma grazie anche e soprattutto per avere riconosciuto lo spirito di quegli anni e per avermelo confermato. Io purtroppo non ho potuto viverlo che da lontano, attraverso le testimonianze degli amici di Giacomo e soprattutto attraverso quel pomeriggio intensissimo trascorso con Veronelli. Allora per me il vino era ancora e soltanto una bevanda da accostare al cibo e non osavo nemmeno immaginare quello che poteva celare. Sentire Veronelli che parlava di anarchia, di Leoncavallo, di Vignaioli indipendenti e di contadini ha aperto uno squarcio nel mio rapporto con l’enologia. Quando ho fatto il corso all’Ais e ho preso il diploma, mi sono allontanata triste, amareggiata, perché non avevo rincontrato nulla di quello che mi aveva così stregata nelle parole di Veronelli. Poi sono entrata in contatto con il vostro mondo: ecco di nuovo tutti gli ideali di libertà, autonomia, spontaneità e ribellione a cui anelavo.

 

E’ vero, Giulia, ho avuto la fortuna di vivere quei momenti, ho imparato allora che i vini buoni erano quelli più tradizionali, quando la parola tradizionale aveva il suo vero significato. Giacomo Bologna non l’ho mai conosciuto personalmente, era senz’altro curioso e appassionato e l’idea di mettere in barrique la Barbera, a vederla oggi, sembra quasi un delitto, ma allora era per smarcarsi da un’immagine di Barbera dozzinale e di poco valore e dimostrare che si poteva farne un grande vino. In tanti in quegli anni hanno fatto così: penso a Gravner o a Castello di Ama e Isole e Olena, che sono dovuti passare attraverso i vitigni internazionali per farsi conoscere e apprezzare e solo successivamente sono riusciti a imporre i vitigni italiani, con grande successo. E poi l’aspetto conviviale: in quegli anni il vino stava diventando così di moda e tutti si prendevano così sul serio. Giacomo Bologna invece era divertente, grandi bevute, mangiate e cantate, atmosfere che solo intorno a una grande bottiglia di vino che ti emoziona si riescono a creare!

Bah, sarà l’autunno che avanza, il camino acceso, un po’ di malinconia viene…


Due bei documentari

Si è conclusa questo weekend a Roma la XVIII edizione del MedFilm Festival, l'”unico appuntamento italiano specializzato nella diffusione del cinema mediterraneo ed europeo”. Sinceramente avrei voluto assistere a molte più proiezioni, ma ho dovuto centellinare le mie scelte e concentrarmi sui due film che non avrei perso per nessun motivo, malgrado una certa difficoltà attuale a raggiungere la Casa del Cinema di Villa Borghese…

Naturalmente si tratta di due documentari, uno italiano e uno francese, il primo inserito nel concorso internazionale di film di finzione e il secondo nel concorso internazionale di documentari, curato dal regista Gianfranco Pannone (con Jonathan Nossiter in giuria, assieme a Erika Manoni e Costanza Quatriglio).

Partiamo dal primo. Le Cose belle è un film diretto da Giovanni Piperno e Agostino Ferrente, che nel 1999 realizzarono un documentario dal titolo Intervista a mia madre, in cui venivano presentati quattro ragazzini napoletani, spigliati e pieni di sogni per il futuro, inseriti nel contesto di una città unica al mondo, in cui sembra che lo spazio per la normalità non sia nemmeno contemplato. Oggi, dopo tredici anni, Enzo, Fabio, Silvana e Adele hanno dai 25 ai 27 anni e le loro vite si sono completamente svuotate. Gli sguardi spenti, il confronto quotidiano con delle difficoltà altrove impensabili, la ricerca (mai sentita troppo impellente) di trovare un lavoro, stridono con le immagini, che vengono puntualmente riproposte, di quei quattro ragazzini entusiasti pronti a lanciarsi verso la vita. La nota dominante non è il dramma di un sogno di gioventù infranto violentemente e inaspettatamente, ma la dissoluzione graduale e rassegnata di un’aspettativa che forse non aveva mai preso se stessa troppo sul serio. Le Cose belle viaggia su un filo di crudeltà sicuramente non premeditata dai due registi, ma comunque inevitabile: il paragone fra passato e futuro, inserito in un contesto che si auto-alimenta senza riuscire mai a rigenerarsi come la città di Napoli, offre allo spettatore l’occasione per crucciarsi per le condizioni di vita ineluttabili dei quattro protagonisti e per tirare un sospiro di sollievo per avere avuto un altro destino… Ma non pensiate che il disagio sociale o lo spaccato di una città meridionale siano il motore che spinge questo lavoro: sono le personalità che spiccano, vive e schiette, anche se ormai offuscate dalla sensazione che la vita possa essere finita prima dei trent’anni.

Il secondo lavoro, Le Invisibles, di Sebastien Lifshitz, ha vinto il primo premio del concorso e non è un caso. Viene raccontata una serie di storie di omosessuali nati fra le due guerre, che quindi ora hanno più di settant’anni. Anche se oggi la Francia, il paese in cui è girato il documentario, è all’avanguardia per quanto riguarda i diritti dei gay, le testimonianze dei protagonisti di questa storia riportano a periodi in cui l’omosessualità non riusciva ancora a essere capita e, men che meno, accettata. Scontato parlare di poesia: è chiaro che i discorsi di questi anziani, toccati dall’amore a volte in età molto avanzata, non possono che essere intrisi di lirismo. Quello che davvero lascia una sensazione appagante e completa in questo film è la serenità raggiunta dai protagonisti dopo decenni di compromessi interiori e con la società, di contrasti con il senso del dovere e di fughe verso realtà lontane. Alla fine però sono tutti tornati e comunque hanno preso coscienza del fatto che la loro felicità avrebbe dovuto inevitabilmente scontrarsi con la morale comune. Hanno partecipato alle manifestazioni e alle lotte degli ultimi anni sessanta e hanno finalmente ottenuto il loro piccolo spazio nel mondo, riconosciuti da una società sempre più tollerante e comprensiva. Il risultato sono delle coppie di anziani, donne e uomini che si prendono cura reciprocamente gli uni degli altri, scambiandosi frasi gentili o battibeccando, rassicurati dal fatto di essere fra i fortunati che hanno capito qual era la loro storia e di averla potuta vivere. Ma siamo in Francia. Mi ha fatta sorridere in maniera molto amara la frase di uno dei protagonisti: “Ora le cose sono cambiate, ma allora si diceva che l’omosessualità era una malattia e io sono dovuto andare dal medico per chiedergli di prescrivermi qualche medicina…”. Strano, qui in Italia ho sentito delle frasi simili non meno di due settimane fa…

Nell’ultima settimana ho visto qualche (brutto) film di finzione e questi due bei documentari. Una volta di più mi domando come mai il mercato non lasci più spazio a un genere che ha così tanto da dire, in termini sia stilistici che tematici.


Casa Veronelli

Durante la lavorazione de Il Re del Mosto ho imparato a capire quanto Gino Veronelli sia stato fondamentale nella vita e nella professione di Giacomo Bologna e quanto ciò fosse reciproco. Purtroppo Giacomo non l’ho mai conosciuto, però ho avuto la fortuna di intervistare Veronelli per il documentario e di innamorarmi subito e completamente di una delle figure più carismatiche, libere e rivoluzionarie che abbia incrociato in vita mia. Penso sempre che lui e De André, in modi diversi, siano stati culturalmente e ideologicamente i miei due più grandi ispiratori. Per questo, quando Gian Arturo Rota, che rappresenta la memoria vivente e appassionata del pensiero e dell’azione di Veronelli, mi ha contattata, mi sono fatta entusiasmare dall’idea di vedere pubblicata sul sito Casa Veronelliuna mia intervista: spero di non sembrare troppo vanitosa, ma per me è davvero un traguardo favoloso e insperato.

Vi ripropongo qui di seguito l’intervista integra, così come tratta dal sito e proposta da Gian Arturo Rota:

Giulia Graglia, sommelière-regista “non convenzionale”

OTTOBRE 25, 2012 by GIAN ARTURO ROTA in ATTUALITÀMISCELLANEA with 0 COMMENTS

Ci ha fatto conoscere il film-documentario su quell’uomo e vignaiolo così speciale quale è stato Giacomo Bologna.
Il film è Il re del mosto e lei, Giulia Graglia, ne è la giovane regista/sommelière.
Quest’ultima sottolineatura non è irrilevante, perché vino e cinema sono, nella vita di Giulia, contigui, tanto che la definisco regista “militante”, ovvero una che vino beve e ne scrive e ne sa.
Laurea in lettere con indirizzo cinema e borsa di studio per la migliore tesi sul cinema muto del 2000, bandito dal Museo Nazionale del Cinema. Poi i lavori quasi del tutto “cinenoici”.
Ne è nato un interessante scambio, che ripropongo sotto forma di intervista.


D.
 Sei piemontese di nascita e per le tue origini il vino è parte di te; ma viene prima l’interesse per il vino o per il cinema?
R. La mia passione per il vino ha origini molto più lontane di quelle cinematografiche. Pare che già a un anno e mezzo io abbia fatto il diavolo a quattro pur di assaggiare un sorso del grignolino che mio papà aveva nel bicchiere….
Ho fatto il primo corso di degustazione a poco più di vent’anni, quando frequentavo Lettere con indirizzo cinematografico all’Università e ancora non sapevo con esattezza che strada professionale avrei scelto.

D. Ad aiutarti una dispensa universitaria, vero?
R. Si, ce ne venne fornita una che riportava in copertina la famosa frase di Giacomo Bologna: “Costruitevi una cantina…”. Mi innamorai subito di quelle parole e, quindi, del personaggio.
Fu quella l’occasione per assaggiare per la prima volta il Bricco dell’Uccellone: credo che quel corso abbia dato una sterzata alla mia vita… Il cinema è arrivato, se non dopo, comunque contemporaneamente.

D. Ma perchè un interesse sì specifico per il campo del vino?
R. Parto dal presupposto che sono una sommelier, soprattutto una bevitrice. Negli ultimi anni mi sono allontanata sempre più dai vini industriali e dalle grandi cantine per avvicinarmi al vino naturale e, in particolare, ai piccoli vignaioli indipendenti, quelli di cui si può riconoscere la firma anche solo avvicinando al naso il bicchiere. Ora, piuttosto che stappare la bottiglia di un’azienda che produce vini sempre uguali e “costruiti”, preferisco pasteggiare ad acqua.

D. Filmografia sul vino: ha avuto il suo momento di “gloria” negli anni 90 (penso a Sideways, Mondovino, ad esempio), poi è scemata. Secondo te, perchè?
R. Credo che le tendenze siano cicliche, anche se la cinematografia legata al vino in realtà ogni tanto propone una novità e si riaffaccia fra i generi più in voga. Nell’ultimo periodo, per esempio, c’è una nuova corrente di documentari che, in Italia come all’estero, sta riscuotendo un discreto successo. Penso a titoli come Le Rupi del Vino, Langhe Doc, , El camino del vino e, perché no,Senza Trucco.

D. Già, Senza trucco, il tuo ultimo lavoro. Il titolo è una dichiarazione d’intenti netta: storie autentiche, via gli infingimenti, o peggio, gli inganni. Al femminile, tra l’altro.
R. Senza Trucco è un documentario che “voleva” essere realizzato.
Dopo aver avuto, io e Marco Fiumara, il mio compagno, l’idea di girarlo, abbiamo individuato le protagoniste, che io conoscevo di vista; le ho scelte a pelle dopo l’assaggio dei loro vini.
Quattro personaggi del tutto diversi, per età, formazione, approccio al lavoro e ambiente circostante; eppure tutte accomunate da passione e rispetto viscerali nei confronti del proprio territorio e delle vigne coltivate.
Dora Forsoni (Poderi Sanguineto), Toscana; Nicoletta Bocca (San Fereolo); Piemonte, Elisabetta Foradori, Trentino; Arianna Occhipinti, Sicilia: ciascuna rappresenta una delle quattro macrozone vitivinicole del nostro paese e incarna l’essenza antica della donna collegata alla terra, con dedizione e sofferenza generose che riconducono al materno.

D. E a tutta la simbologia legata alla Grande Madre…
R. Si, certo. Il documentario è stato girato nell’arco di una anno e ha uno sviluppo stagionale.
A quel punto però, siccome è un’autoproduzione, il nostro budget era esaurito. Come fare per finire?
Abbiamo aperto un blog con lo stesso nome del documentario e abbiamo iniziato a prevendere i DVD del film, sei mesi prima che questo venisse completato.

Moltissime le persone che, basandosi sulla qualità del girato che io di volta in volta pubblicavo sul blog, hanno pre-acquistato delle copie, permettendoci così di terminare la postproduzione.
Oggi posso dire che Senza Trucco, dal canto suo, è un punto di riferimento per gli amanti del vino schietto e genuino.

D. Ho letto che ti definisci “ribelle”. Ma come persona o regista? E per cosa?
R. Forse “ribelle” è un aggettivo un po’ troppo estremo, basterebbe “non convenzionale”.
Mi riferisco alla mia incapacità di scendere a compromessi, etici e professionali, anche in cambio di mansioni e compensi importanti. Se un vino è finto e costruito, non lo bevo, anche se di fronte ho il proprietario della cantina. Questo atteggiamento da un lato mi impedirà per tutta la vita di avere dei soldi in tasca, dall’altro mi concede di non sentirmi mai in debito con nessuno. E di poter girare e scrivere quello che mi sento: niente vale di più.

D. Noi ci siamo conosciuti grazie a Il re del mosto, di cui hai pubblicato da poco il “restyling”. Un gran bel documentario!
R. Grazie!..

D. Mi piace molto il titolo, una efficace metafora riferita a Giacomo: lui ha “pigiato” tanti luoghi comuni, umani ed enologici, e insegnato, a modo suo certo, a vivere. Tu, da dietro la  macchina da presa, che idea ti sei fatta di lui?
R. Mi sono innamorata subito di Giacomo e, per tutta la lavorazione del documentario, ho sentito un forte senso di perdita: non averlo conosciuto per me è un grande motivo di rammarico, sono sicura che avrei imparato a vivere meglio e più in fretta se avessi avuto l’occasione di frequentarlo. Tuttavia, il solo fatto di entrare nel suo mondo attraverso i racconti e le testimonianze degli amici, mi ha permesso di passare attraverso esperienze fitte e intense.
Ecco, nel girare il documentario, volevo che la mia avventura potesse essere estesa a tante altre persone.

D. Giacomo Bologna e Gino Veronelli. Quando pensi all’uno non puoi non pensare all’altro.
Rara, negli uomini, una comunione come la loro. E’ dovuta alla forza catartica del vino o alla profondità degli ideali?
R. L’incontro con Gino Veronelli ha rappresentato una svolta essenziale nella mia vita: mentre mi raccontava la sua amicizia con Giacomo e la sua fede totale nell’anarchia, assaggiavamo una bottiglia di Ai Suma 1989, l’ultimo vino dello stesso Giacomo fatto prima di morire.
Sono convinta che gli ideali più profondi e il vino non possano essere scissi. Per l’ennesima volta cito una frase che Bruno Lauzi pronuncia durante il documentario: “Chi beve vino non scrive lettere anonime”.
In questo concetto secondo me è condensata la grande storia d’amore fra Giacomo e Veronelli: solo quando stai condividendo una grande bottiglia con un amico vero abbandoni tutte le sovrastrutture e le maschere e lasci che i pensieri più schietti e puri fluiscano, come canalizzati direttamente dal cielo alla mente, attraverso il bicchiere.

Gian Arturo Rota


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