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Vino al vino: il primo viaggio – La Sicilia

SIamo nell’autunno del 1968 e Mario Soldati parte per il primo dei tre viaggi raccontati in Vino al Vino. Inizia dalla Sicilia e attraversa le province di Catania, Siracusa e Palermo. Gli spostamenti, le visite nei vigneti e nelle cantine e gli incontri organizzati o casuali diventano il movente per esprimere sentimenti ferrei legati al vino, riportabili però a ideologie più ampie e ariose, che conivolgono ogni aspetto della vita. Non dimentichiamoci l’anno di questo viaggio.

Il vino non è una entità omogenea né omogenizzabile. Il vino è qualcosa, sempre, di vivo, di locale, di individuale… Il vino in sè non può e non potrà mai essere un prodotto industriale. “Vino industriale” è una contraddizione in termini. Il vino è un prodotto, sempre e soltanto, artigianale… Industriale, tuttavia, potrebbe essere lo smercio dei vino. L’optimum, per i consumatori di vino, oggi sarebbe dunque un’organizzazione a carattere (questa sì!) industriale, che scopra vini genuini, autentici, di quantità forzatamente molto limitata, e provveda ad assicurarsela, e la ridistribuisca ai consumatori garantendo loro assoluta autenticità, genuinità e perfetta conservazione.

Inutile sottolineare come il mio progetto Vini Senza Trucco si riconosca alla perfezione in queste parole, speriamo anche la realizzazione! Ma andiamo avanti. Nelle righe di Soldati non ci sono soltanto discorsi generali sul vino, ma ovvimente l’autore si addentra nello specifico, analizzando le produzioni delle singole zone e addirittura delle singole cantine, dichiarando apertamente le proprie predilezioni. A proposito dei vini dell’Etna, per esempio, dichiara:

Presto ci accorgiamo che i bianchi sono, nettamente, superiori ai rossi. C’è forse un motivo? Ecco qua. Caratteristica di qualunque vino siciliano è uno speciale sapore violento, acre, catramoso, che qualche volta è sgradevole: che a qualche palato (diciamolo francamente, perché no?) è sempre sgradevole, ma che non è necessariamente sgradevole e non è mai sgradevole quando il vino sia prodotto genuinamente, senza additivi, senza eccessive dosi di solfitanti, e quando sia, eventualmente, chiarificato mediante refrigerazione, ma a stretta regola d’arte, con un calcolo esatto, e fortunato, dei tempi e delle temperature. Si gusta allora un vino che non assomiglia a nessun altro… Il carattere del vino siciliano sembra coincidere con la presenza indistruttibile delle qualità caloriche, carboniche, vulcaniche della terra dove crescono le viti: sembra coincidere con una traccia misteriosa di quello stesso fuoco, che ci è apparso dai finestrini dell’aereo nel luminoso serpente eruttato dall’Etna e che certamente deve essere sparso un po’ dappertutto, a non troppa distanza dalla superificie, sotto la terra e sotto le rocce della grande isola. Salvo qualche eccezione, questo “ricordo del serpente di fuoco”, questo gusto del vino di Siclia, è più accettabile nei bianchi che non nei rossi. I rossi di Sicilia, e tanto più i rossi dell’Etna, sono meno accettabili dei loro corrispondenti bianchi appunto perché quel gusto di fuoco sembra che ci sia “passato troppo dentro”: i bianchi invece lo hanno filtrato, lo hanno ridotto a un’ombra, a un sospetto, a una leggerissima vena acre che non può non piacere.

A prescindere dalla condivisione di questo gusto, come si potrebbe descrivere in modo più emotivo e poetico il vino siciliano? Leggendo ho risentito in bocca le striature laviche dei vini di Valcerasa, Graci, Biondi…

Proprio nel resoconto del viaggio in Sicilia Soldati coglie poi l’occasione per parlare dei vini da taglio:

Alla base di tutta la produzione enologica italiana, esiste una disgraziata legge della fine dell’Ottocento, che proibisce, sotto pene severissime, di vinificare mediante l’aggiunta di qualsiasi quantità di zucchero, e che, contemporaneamente, impone che il vino tocchi almeno i dieci gradi di alcol… Molti vini della Val Padana, delle Prealpi, dell’Appennino Ligure, sono squisiti senza che raggiungano i deici gradi… Tanto a lungo e con tanta severità fu applicata la legge, che ancora oggi, in tutta Italia, è diffusa la falsa credenza che l’aggiunta di zucchero durante la vinificazione sia nociva alla salute, mentre l’aggiunta di zucchero è assolutamente innocua, e la legislazione francese, così meticolosa in questo campo, la permette. Lo scopo della nostra legge era ben altro: era, molto semplicemente, ma non altrettanto esplicitamente, quello di aiutare i baroni viticoltori dell’Italia Meridionale, e in particolar modo delle Puglie e di Sicilia, a vendere i loro mosti… Nacque il famoso “taglio”, che tanta parte ha nella decadenza dei nostri vini e, soprattutto, delle nostre capacità di gustare il vino.

Non avevo mai pensato a questa datata legge in simili termini, però il ragionamento non fa una grinza e, considerando il grado di rigore morale e la preparazione di Soldati, mi è più facile credere alle sue parole che confutarle, anche se mi piacerebbe parlarne con qualcuno più esperto di me.

Qui finiamo il viaggio in Sicilia, anche se ci sarebbe ancora molto da dire, e diamo appuntamento alla prossima tappa di Soldati, quella in Campania.


Casa Veronelli

Durante la lavorazione de Il Re del Mosto ho imparato a capire quanto Gino Veronelli sia stato fondamentale nella vita e nella professione di Giacomo Bologna e quanto ciò fosse reciproco. Purtroppo Giacomo non l’ho mai conosciuto, però ho avuto la fortuna di intervistare Veronelli per il documentario e di innamorarmi subito e completamente di una delle figure più carismatiche, libere e rivoluzionarie che abbia incrociato in vita mia. Penso sempre che lui e De André, in modi diversi, siano stati culturalmente e ideologicamente i miei due più grandi ispiratori. Per questo, quando Gian Arturo Rota, che rappresenta la memoria vivente e appassionata del pensiero e dell’azione di Veronelli, mi ha contattata, mi sono fatta entusiasmare dall’idea di vedere pubblicata sul sito Casa Veronelliuna mia intervista: spero di non sembrare troppo vanitosa, ma per me è davvero un traguardo favoloso e insperato.

Vi ripropongo qui di seguito l’intervista integra, così come tratta dal sito e proposta da Gian Arturo Rota:

Giulia Graglia, sommelière-regista “non convenzionale”

OTTOBRE 25, 2012 by GIAN ARTURO ROTA in ATTUALITÀMISCELLANEA with 0 COMMENTS

Ci ha fatto conoscere il film-documentario su quell’uomo e vignaiolo così speciale quale è stato Giacomo Bologna.
Il film è Il re del mosto e lei, Giulia Graglia, ne è la giovane regista/sommelière.
Quest’ultima sottolineatura non è irrilevante, perché vino e cinema sono, nella vita di Giulia, contigui, tanto che la definisco regista “militante”, ovvero una che vino beve e ne scrive e ne sa.
Laurea in lettere con indirizzo cinema e borsa di studio per la migliore tesi sul cinema muto del 2000, bandito dal Museo Nazionale del Cinema. Poi i lavori quasi del tutto “cinenoici”.
Ne è nato un interessante scambio, che ripropongo sotto forma di intervista.


D.
 Sei piemontese di nascita e per le tue origini il vino è parte di te; ma viene prima l’interesse per il vino o per il cinema?
R. La mia passione per il vino ha origini molto più lontane di quelle cinematografiche. Pare che già a un anno e mezzo io abbia fatto il diavolo a quattro pur di assaggiare un sorso del grignolino che mio papà aveva nel bicchiere….
Ho fatto il primo corso di degustazione a poco più di vent’anni, quando frequentavo Lettere con indirizzo cinematografico all’Università e ancora non sapevo con esattezza che strada professionale avrei scelto.

D. Ad aiutarti una dispensa universitaria, vero?
R. Si, ce ne venne fornita una che riportava in copertina la famosa frase di Giacomo Bologna: “Costruitevi una cantina…”. Mi innamorai subito di quelle parole e, quindi, del personaggio.
Fu quella l’occasione per assaggiare per la prima volta il Bricco dell’Uccellone: credo che quel corso abbia dato una sterzata alla mia vita… Il cinema è arrivato, se non dopo, comunque contemporaneamente.

D. Ma perchè un interesse sì specifico per il campo del vino?
R. Parto dal presupposto che sono una sommelier, soprattutto una bevitrice. Negli ultimi anni mi sono allontanata sempre più dai vini industriali e dalle grandi cantine per avvicinarmi al vino naturale e, in particolare, ai piccoli vignaioli indipendenti, quelli di cui si può riconoscere la firma anche solo avvicinando al naso il bicchiere. Ora, piuttosto che stappare la bottiglia di un’azienda che produce vini sempre uguali e “costruiti”, preferisco pasteggiare ad acqua.

D. Filmografia sul vino: ha avuto il suo momento di “gloria” negli anni 90 (penso a Sideways, Mondovino, ad esempio), poi è scemata. Secondo te, perchè?
R. Credo che le tendenze siano cicliche, anche se la cinematografia legata al vino in realtà ogni tanto propone una novità e si riaffaccia fra i generi più in voga. Nell’ultimo periodo, per esempio, c’è una nuova corrente di documentari che, in Italia come all’estero, sta riscuotendo un discreto successo. Penso a titoli come Le Rupi del Vino, Langhe Doc, , El camino del vino e, perché no,Senza Trucco.

D. Già, Senza trucco, il tuo ultimo lavoro. Il titolo è una dichiarazione d’intenti netta: storie autentiche, via gli infingimenti, o peggio, gli inganni. Al femminile, tra l’altro.
R. Senza Trucco è un documentario che “voleva” essere realizzato.
Dopo aver avuto, io e Marco Fiumara, il mio compagno, l’idea di girarlo, abbiamo individuato le protagoniste, che io conoscevo di vista; le ho scelte a pelle dopo l’assaggio dei loro vini.
Quattro personaggi del tutto diversi, per età, formazione, approccio al lavoro e ambiente circostante; eppure tutte accomunate da passione e rispetto viscerali nei confronti del proprio territorio e delle vigne coltivate.
Dora Forsoni (Poderi Sanguineto), Toscana; Nicoletta Bocca (San Fereolo); Piemonte, Elisabetta Foradori, Trentino; Arianna Occhipinti, Sicilia: ciascuna rappresenta una delle quattro macrozone vitivinicole del nostro paese e incarna l’essenza antica della donna collegata alla terra, con dedizione e sofferenza generose che riconducono al materno.

D. E a tutta la simbologia legata alla Grande Madre…
R. Si, certo. Il documentario è stato girato nell’arco di una anno e ha uno sviluppo stagionale.
A quel punto però, siccome è un’autoproduzione, il nostro budget era esaurito. Come fare per finire?
Abbiamo aperto un blog con lo stesso nome del documentario e abbiamo iniziato a prevendere i DVD del film, sei mesi prima che questo venisse completato.

Moltissime le persone che, basandosi sulla qualità del girato che io di volta in volta pubblicavo sul blog, hanno pre-acquistato delle copie, permettendoci così di terminare la postproduzione.
Oggi posso dire che Senza Trucco, dal canto suo, è un punto di riferimento per gli amanti del vino schietto e genuino.

D. Ho letto che ti definisci “ribelle”. Ma come persona o regista? E per cosa?
R. Forse “ribelle” è un aggettivo un po’ troppo estremo, basterebbe “non convenzionale”.
Mi riferisco alla mia incapacità di scendere a compromessi, etici e professionali, anche in cambio di mansioni e compensi importanti. Se un vino è finto e costruito, non lo bevo, anche se di fronte ho il proprietario della cantina. Questo atteggiamento da un lato mi impedirà per tutta la vita di avere dei soldi in tasca, dall’altro mi concede di non sentirmi mai in debito con nessuno. E di poter girare e scrivere quello che mi sento: niente vale di più.

D. Noi ci siamo conosciuti grazie a Il re del mosto, di cui hai pubblicato da poco il “restyling”. Un gran bel documentario!
R. Grazie!..

D. Mi piace molto il titolo, una efficace metafora riferita a Giacomo: lui ha “pigiato” tanti luoghi comuni, umani ed enologici, e insegnato, a modo suo certo, a vivere. Tu, da dietro la  macchina da presa, che idea ti sei fatta di lui?
R. Mi sono innamorata subito di Giacomo e, per tutta la lavorazione del documentario, ho sentito un forte senso di perdita: non averlo conosciuto per me è un grande motivo di rammarico, sono sicura che avrei imparato a vivere meglio e più in fretta se avessi avuto l’occasione di frequentarlo. Tuttavia, il solo fatto di entrare nel suo mondo attraverso i racconti e le testimonianze degli amici, mi ha permesso di passare attraverso esperienze fitte e intense.
Ecco, nel girare il documentario, volevo che la mia avventura potesse essere estesa a tante altre persone.

D. Giacomo Bologna e Gino Veronelli. Quando pensi all’uno non puoi non pensare all’altro.
Rara, negli uomini, una comunione come la loro. E’ dovuta alla forza catartica del vino o alla profondità degli ideali?
R. L’incontro con Gino Veronelli ha rappresentato una svolta essenziale nella mia vita: mentre mi raccontava la sua amicizia con Giacomo e la sua fede totale nell’anarchia, assaggiavamo una bottiglia di Ai Suma 1989, l’ultimo vino dello stesso Giacomo fatto prima di morire.
Sono convinta che gli ideali più profondi e il vino non possano essere scissi. Per l’ennesima volta cito una frase che Bruno Lauzi pronuncia durante il documentario: “Chi beve vino non scrive lettere anonime”.
In questo concetto secondo me è condensata la grande storia d’amore fra Giacomo e Veronelli: solo quando stai condividendo una grande bottiglia con un amico vero abbandoni tutte le sovrastrutture e le maschere e lasci che i pensieri più schietti e puri fluiscano, come canalizzati direttamente dal cielo alla mente, attraverso il bicchiere.

Gian Arturo Rota


Paradossi

Stamattina ci siamo ritrovati con una gioia inenarrabile sulle pagine del settimanale Internazionale, con Senza Trucco valutato con ben tre pallini (gli altri film recensiti ne avevano uno o al massimo due…). Ci hanno anche anticipato che il critico in questione in genere è piuttosto contenuto e non si lascia andare a complimenti. A maggior ragione l’articolo di stamattina ci riempie di orgoglio e e ci fa sperare in un’ulteriore circolazione all’estero del nostro documentario.

La cosa più divertente di quest’uscita, però, è il fatto che appena sei pagine prima delle recensioni cinematografiche ci sia un lungo articolo su Michel Rolland, che sta partecipando a un film finanziato da un grande produttore vinicolo nella regione argentina di Mendoza. In realtà il giornalista in questione parte dalle riprese come spunto per un ritratto del più famoso enologo del mondo, dove i talenti e i successi professionali vengono elencati a fianco delle obiezioni mosse dai numerosi detrattori, che ne descrivono i vini come globalizzati e realizzati per assecondare il gusto di Robert Parker e Wine Spectator. Ovviamente viene citato Mondovino di Jonathan Nossiter, dove già dieci anni fa l’enologo francese veniva dipinto (in realtà si dipongeva perfettamente da solo…) come un perfetto uomo d’affari, sempre in viaggio da una cantina all’altra, con la sua risata sicura in loop sullo schermo: una specie di mantra per assicurarsi il favore della sorte. E’ meraviglioso il paradosso. Da una parte le nostre quattro protagoniste, che assaggiano quotidianamente i loro prodotti, aprono le botti, soffrono se percepiscono una volatile troppo alta, ma non rinuncerebbero mai ai rischi dell’evoluzione naturale di un vino. Dall’altra un professionista rampante, dall’aspetto trasandato e dall’aria sufficiente, che visita le aziende che segue tre o quattro volte all’anno e in ogni occasione viene accolto come un vate.

Non potrei mai mettere in discussione l’operato di un enologo, anche perchè non so nemmeno da dove inizi il suo lavoro. Però vi racconto un aneddoto che credo renda bene l’idea. Quasi quattro anni fa io e Marco siamo stati in Argentina e abbimo fatto un giro nella regione vitivinicola di Cafayate, uno di quei territori pieni di bodegas moderne, dove assaggiare Torrontés e Malbec nelle loro declinazioni più americanizzate. Dopo un sacco di giri abbiamo trovato una cantina più piccola, a gestione familiare e il proprietario stesso ci ha fatto assaggiare le due diverse versioni del suo Malbec, quella base e quella top, con invecchiamento in rovere. Dopo la degustazione non sono riuscita a trattenermi: ho chiesto al gentile signore come diavolo gli fosse venuto in mente di mettere un vino così meraviglioso e pieno di espressioni territoriali in botti nuove, fino a privarlo del tutto delle sue caratteristiche migliori. Lui ha sogghignato e mi ha risposto: “Dovete sapere che io sono amico da anni di Michel Rolland. Ha insistito così tanto perchè comprassi delle barrique, che alla fine ho dovuto cedere. Però quello invecchiato è il vino che manidamo negli Stati Uniti; quando in famiglia dobbiamo festeggiare qualcosa beviamo il Malbec non manipolato, quello che piace a noi.”


Quella visione positiva della vita…

Foto di Elisa Giannini

Una bella sorpresa stamattina. Anzi, bellissima: una pagina intera dedicata a Senza Trucco a firma di un grande giornalista del Corriere della Sera, Luciano Ferraro. Nel giro di un paio d’ore siamo stati contattati da tantissime persone che hanno voglia di vedere il nostro documentario e di farsi contagiare dall’ottimismo di cui il nostro progetto è impregnato.

“Buongiorno dopo aver letto l’articolo sul corriere della sera di oggi e visto il vostro blog vorrei acquistare il film per farlo vedere alla mia fidanzata che vorrebbe aprire una pasticceria ma non ha sufficiente fiducia in se stessa. Spero che vedere questo film la aiuti”.

“Care vere donne,  vorrei acquistare il dvd del film “Senza trucco”  .  Il vostro lavoro è prezioso, siete delle Dee Madri, almeno una parte del bel territorio italiano è in buone mani.   Potrebbe far parte dell’educazione infantile… dirò a qualche insegnante di procurarsi il film e inserirlo nella programmazione scolastica…  può essere un’idea ?”.

Questo è lo stile delle mail. Immaginatevi la nostra soddisfazione nel leggere che Senza Trucco sta diventando un punto di riferimento per chi non ha voglia di crogiolarsi nel pantano emotivo di questo periodo. Tutti parlano di crisi, di mancanza di possibilità per chi abbia voglia di crearsi uno spazio proprio in Italia. E noi, che invece crediamo in una visione positiva della vita, abbiamo deciso di raccontare una bella storia e di non soffermarci su drammi sociali o economici. Noi stessi siamo la prova che, quando si crede fermamente in un progetto, si riesce a diventare contagiosi e a creare un passaparola fatto di fortuna, sostegno psicologico e supporti pratici. Non a caso uno dei titoletti dell’articolo riporta: “Diventa un caso il film finanziato dai fan”. Se non fosse per voi e per la fiducia e l’entusiasmo con cui ci avete sommersi, stamattina non ci sentiremmo così felici e consapevoli di avere fatto qualcosa di buono. Per l’ennesima volta, grazie!

Se avete voglia di leggere l’articolo, si trova a pagina 31 del Corriere, oppure in versione on line del quotidiano, sul blog DiVini di Luciano Ferraro.


Un altro premio, ma per il libro. E chi l’avrebbe mai… Divinato!

Ebbene sì, è incredibile ma ho colpito ancora. Questa volta non con Senza Trucco, ma con Divinando – Le stelle nel bicchiere, il libro su astrologia e vino scritto a quattro mani con Andrea Gori. Invitata a Mulazzo per il Premio Bancarel’vino, al fianco di pezzi da 90 come Tachis e Scanzi e in lizza con editori del calibro di Mondadori, Feltrinelli, Rizzoli ecc., chi avrebbe mai pensato di ricevere il primo premio…?

Eppure eccolo lì, il Gori in solitaria (perché io intanto sono partita per le vacanze) a ricevere il nostro bel premio e a dichiarare, sante parole, che “immeritatamente” in mezzo a tanti mostri sacri il nostro piccolo “viaggio semiserio fra il vino e le stelle” si era portato a casa la 28a edizione del Bancarel’vino.

Se volete risparmiarvi lo spoglio delle schede, che pure ha il suo perché, e andare dritti alla proclamazione saltate fino al minuto 3’05” del video che Andrea ha girato e prontamente pubblicato sul suo blog vinodaburde.

Una nota a parte per il concorso per la miglior Barbera al femminile. Eh sì, perché c’erano anche sei produttrici di Barbera tra il Piemonte e l’Oltrepò: tutte bravissime e meravigliose e poco importa, almeno per me, che abbia vinto Adele Pernigotti con la sua Colombaia; l’importante è essere stata lì  a condividere i loro vini, il calore e la simpatia “naturale” che emana spontaneamente da ognuna di loro.

Che dire di più? Sono senza fiato per l’emozione e la contentezza. Ne approfitto una volta di più per ringraziare tutti quelli che mi sono stati vicini nella stesura del libro; Cinzia Gambassi e la Romano Editore di Firenze (a quando una ristampa e una distribuzione più energica???); Andrea che ha ritirato il premio e chissà se lo ha già messo in bella mostra; tutti quelli che hanno comprato il libro e tutti quelli che lo compreranno (pssss, è anche online:] provate a guardare su IBS…).

Un caro saluto a tutti. Buone vacanze e a dopo Ferragosto!


Un altro Festival!

“Buongiorno,
l’organizzazione del SiciliAmbiente Documentary Film Festival è lieta di annunciarLe che il documentario dal titolo SENZA TRUCCO – Le Donne del Vino Naturale  per la regia di Giulia Graglia è stato selezionato come opera in concorso al nostro festival!”.

La mail inizia proprio così. E cosa posso aggiungere io se non che siamo – di nuovo! – felicissimi? Il tema del Festival è sempre ambientale, ma questa volta cambia lo scenario: voliamo a San Vito Lo Capo, fra il 19 e il 24 luglio, sperando di poter avere con noi Arianna Occhipinti e che ci raggiungano anche altri amici produttori naturali, a partire da Nino Barraco, che con il suo Catarratto è stato complice dell’idea iniziale di Senza Trucco. In questi giorni ci stanno arrivando i commenti a caldo dei primi che hanno acquistato il DVD e che finalmente l’hanno ricevuto: non so se le parole entusiaste o addirittura commosse siano dovute al senso di liberazione per la lunga attesa, ma ci rende davvero orgogliosi sapere che chi ci ha sostenuti pre-comprando il documentario sia già alla seconda visione in una settimana…

In più due giorni fa un’amica che vive sul web mi ha avvisata che il trailer è su Repubblica tv. Forse dovrei iniziare a segnalare tutte queste belle notizie con un tono più asettico, meno coinvolto, e probabilmente in futuro lo farò (semper che continuino le occasioni!), anche per evitare di sembrare tracotante… ma oggi sono troppo contenta per trattenermi: Senza Trucco ci sta dando un sacco di soddisfazioni, come potremmo non gioirne?


ELIANA NEGRONI

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