Vino al Vino di Mario Soldati – capitolo primo

soldatiVino al Vino è un libro fondamentale nel cambiamento di prospettiva legata al vino. Quando il vino inizia a farsi industria, allora comunicano a emergere voci fuori dal coro, timbri autorevoli, che, in una società abbacinata dai fulgori del boom economico e dei consumi facili, cercano di ancorarsi alle tradizioni per salvare quanto di genuino l’Italia ha saputo produrre per centinaia d’anni. Prima Mario Soldati poi, come vedremo, Luigi Veronelli, con atteggiamenti diversi, ma sulla stessa lunghezza d’onda. L’approccio di Soldati è quello del narratore, che considera con sguardo disincantato la realtà circostante e punge i contemporanei su punti focali. Si definisce un amatore del vino, non un esperto. Eppure Vino al Vino è un testo fondamentale per chiunque si avvicini al nettare di Bacco. È composto dal resoconto di tre viaggi intrapresi in Italia a distanza di qualche anno l’uno dall’altro. Il primo nell’autunno del 1968, con un itinerario a partire dalla Sicilia per toccare di seguito Campania, Toscana, Lombardia, Trentino, Veneto, Nord del Piemonte e Valle d’Aosta. Il secondo viaggio risale invece all’autunno del 1970 e attraversa Alto Adige, Veneto, Friuli, Emilia Romagna, Marche, Abruzzo e Puglia. Infine, l’ultimo viaggio, Soldati lo fa nell’autunno del 1975 e visita Sardegna, Calabria, Abruzzo, Molise, Lazio, Umbria, Liguria e Piemonte meridionale. Insomma, non lascia fuori una singola regione e batte palmo palmo la maggior parte delle province italiane, in un momento storico in cui si inizia a parlare stabilmente di manipolazione del vino per renderlo più omologato e vendibile. La posizione di Soldati è fuori di dubbio, tanto più che le poche righe che introducono il primo viaggio riportano: “Parto per un viaggio alla ricerca di vini genuini”. In realtà il progetto di Vino al Vino era già in potenza nella mente di Soldati diversi anni prima, addirittura nel 1955, quando nel racconto Il vino di Carema sosteneva:

Se volete trovarvi bene in Italia – spiego ad amici stranieri – dovete scoprirla per conto vostro, affidandovi alla vostra fortuna e al vostro istinto, perché una grande legge in Italia è proprio questa: che, da noi, tutto ciò che ha un titolo, un nome, una pubblicità, vale in ogni caso molto meno di tutto ciò che è ignoto, nascosto, individuale. Le bottiglie di vino con etichetta sono quesi sempre cattive; le bottiglie senza etichetta e il vino sciolto quasi sempre buoni. Lo so che in Inghilterra alcuni ottimi whisky sono proprio quelli delle marche più note. E così in Francia certi Bordeaux e Bourgogne. Ma, in Francia e in Inghilterra, da secoli e non soltanto per vini e liquori, esiste un ponte tra società ed individuo, una civiltà organizzata, una gerarchia del costume. La nostra civiltà non è inferiore, ma diversa. È una civiltà anarchica, scontrosa e ribelle. Da noi, l’uomo di valore, come il vino prelibato, schiva ogni pubblicità: vuole essere scoperto e conosciuto in solitudine, o nella religiosa compagnia di pochi amici.

La posizione forte di difesa della genuinità dei vini Soldati la sostiene anche nell’introduzione a Vino al Vino – che si intitola significativamente Il momento del vino –  quando afferma:

Interminabili sono i ragionamenti che si possono fare e che si fanno, oggi, a proposito del vino in tutti i paesi dove il vino è di casa. Ecco alcuni temi principali di tali ragionamenti: la decadenza del vino per colpa della civiltà dei consumi; la sensazione che il vino si opponga costituzionalmente, e che sempre più debba opporsi, al consumismo, all’industrializzazione, alla pianificazione ecc.; la moda secondo cui sarebbe necessario difendere il vino vero: ancora una contestazione, insomma, da aggiungere a tutte le altre. Gli amatori di vino inesperti accusano i tecnici, gli enologi, di non partecipare, o di non partecipare abbastanza, a quest’opera di difesa, e di contribuire alla decadenza del vino: in alcuni casi senza resistere, e in altri casi addirittura prestandosi attivamente, alle pratiche di filtraggio, chiarificazione, refrigerazione, stabilizzazione, e a tutti i vari accorgimenti chimici o meccanici, che in definitiva, mirano a industrializzare il vino, con crescente ed evidente profitto economico, almeno iniziale, per i produttori, a cui essi enologi sono associati o da cui dipendono. Dirò subito che mi considero anch’io, del vino, un amatore inesperto. È vero, i “viaggi d’assaggio” che racconto nelle pagine seguenti, mi hanno istruito un pochino: ma il loro risultato più apprezzabile è stato di misurare, dopo anni di esperienze enologiche, quanto sia vasta ancora la mia ignoranza e l’arte del vino quanto difficile.

Sembra di leggere, con quarant’anni di anticipo, i recenti manifesti legati alla produzione di vino naturale. È un discorso d’avanguardia, fortemente politico. Nella salvaguardia della genuinità del vino è compresa la volontà di mantenere saldi i principi tradizionali di un territorio e di contrastare le innovazioni consumistiche che invadevano (e hanno continuato esasperatamente a invadere) il nostro paese. Così continua infatti Soldati nell’introduzione:

Enorme equivoco: si pensa, scioccamente, al vino nominato e desiderato come a una entità omogenea, intercambiabile, fissa: come se si trattasse di una data marca di aranciata, di birra, di wisky, o addirittura di un’automobile o di un frigorifero. Mentre il vino (il vino di una data qualità, zona di produzione circoscritta, annata, partita, botte e, in certi casi, bottiglia) può paragonarsi soltanto a un essere umano e vivente, immisurabile, inanalizzabile se non entro certi limiti, variabile per un’infinità di motivi, effimero, ineffabile, misterioso. Esigere un vino “stabile” è la più grande sciocchezza che un bevitore di vino possa commettere.

Un nuovo punto di vista, nel senso che fino a questo momento non si era mai pensato, perché non si era ancora presentata l’occasione dialettica, di difendere un certo tipo di vino rispetto a un altro. Fino alla seconda guerra mondiale il contadino beveva il suo bicchiere quotidiano di vino, che produceva da solo o che comprava al massimo dal vicino. Nel momento stesso in cui il vino ha smesso di essere esclusivamente alimento per trasformarsi in bisogno di lusso e assumere una valenza edonistica, è nata l’esigenza di parlarne in modo schierato. Soldati non è mai eccessivamente polemico: il suo è un ruolo di narratore, non di capopopolo. Eppure, a distanza di quasi mezzo secolo, i suoi scritti sul vino risuonano e sferzano ancora potenti, pieni di concetti pregnanti, a sostegno di un’ideologia inattaccabile, sobri (a dispetto dell’argomento) e spesso nostalgici:

Non possiamo che compiacerci del benessere e degli enormi progressi che la rivoluzione industriale ha portato all’Italia nell’ultimo ventennio. Ma, questo progresso, lo abbiamo pagato, lo paghiamo e lo pagheremo con una quantità di inevitabili guai minori, tra cui uno dei maggiori consiste appunto nella decadenza del vino.

Era solo un breve sguardo all’introduzione di Vino al Vino. E quanta forza. Immaginate cosa può emergere dalle pagine che raccontano i tre viaggi di Soldati. Ve ne parlerò un po’ per volta…


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