Casa Veronelli

Durante la lavorazione de Il Re del Mosto ho imparato a capire quanto Gino Veronelli sia stato fondamentale nella vita e nella professione di Giacomo Bologna e quanto ciò fosse reciproco. Purtroppo Giacomo non l’ho mai conosciuto, però ho avuto la fortuna di intervistare Veronelli per il documentario e di innamorarmi subito e completamente di una delle figure più carismatiche, libere e rivoluzionarie che abbia incrociato in vita mia. Penso sempre che lui e De André, in modi diversi, siano stati culturalmente e ideologicamente i miei due più grandi ispiratori. Per questo, quando Gian Arturo Rota, che rappresenta la memoria vivente e appassionata del pensiero e dell’azione di Veronelli, mi ha contattata, mi sono fatta entusiasmare dall’idea di vedere pubblicata sul sito Casa Veronelliuna mia intervista: spero di non sembrare troppo vanitosa, ma per me è davvero un traguardo favoloso e insperato.

Vi ripropongo qui di seguito l’intervista integra, così come tratta dal sito e proposta da Gian Arturo Rota:

Giulia Graglia, sommelière-regista “non convenzionale”

OTTOBRE 25, 2012 by GIAN ARTURO ROTA in ATTUALITÀMISCELLANEA with 0 COMMENTS

Ci ha fatto conoscere il film-documentario su quell’uomo e vignaiolo così speciale quale è stato Giacomo Bologna.
Il film è Il re del mosto e lei, Giulia Graglia, ne è la giovane regista/sommelière.
Quest’ultima sottolineatura non è irrilevante, perché vino e cinema sono, nella vita di Giulia, contigui, tanto che la definisco regista “militante”, ovvero una che vino beve e ne scrive e ne sa.
Laurea in lettere con indirizzo cinema e borsa di studio per la migliore tesi sul cinema muto del 2000, bandito dal Museo Nazionale del Cinema. Poi i lavori quasi del tutto “cinenoici”.
Ne è nato un interessante scambio, che ripropongo sotto forma di intervista.


D.
 Sei piemontese di nascita e per le tue origini il vino è parte di te; ma viene prima l’interesse per il vino o per il cinema?
R. La mia passione per il vino ha origini molto più lontane di quelle cinematografiche. Pare che già a un anno e mezzo io abbia fatto il diavolo a quattro pur di assaggiare un sorso del grignolino che mio papà aveva nel bicchiere….
Ho fatto il primo corso di degustazione a poco più di vent’anni, quando frequentavo Lettere con indirizzo cinematografico all’Università e ancora non sapevo con esattezza che strada professionale avrei scelto.

D. Ad aiutarti una dispensa universitaria, vero?
R. Si, ce ne venne fornita una che riportava in copertina la famosa frase di Giacomo Bologna: “Costruitevi una cantina…”. Mi innamorai subito di quelle parole e, quindi, del personaggio.
Fu quella l’occasione per assaggiare per la prima volta il Bricco dell’Uccellone: credo che quel corso abbia dato una sterzata alla mia vita… Il cinema è arrivato, se non dopo, comunque contemporaneamente.

D. Ma perchè un interesse sì specifico per il campo del vino?
R. Parto dal presupposto che sono una sommelier, soprattutto una bevitrice. Negli ultimi anni mi sono allontanata sempre più dai vini industriali e dalle grandi cantine per avvicinarmi al vino naturale e, in particolare, ai piccoli vignaioli indipendenti, quelli di cui si può riconoscere la firma anche solo avvicinando al naso il bicchiere. Ora, piuttosto che stappare la bottiglia di un’azienda che produce vini sempre uguali e “costruiti”, preferisco pasteggiare ad acqua.

D. Filmografia sul vino: ha avuto il suo momento di “gloria” negli anni 90 (penso a Sideways, Mondovino, ad esempio), poi è scemata. Secondo te, perchè?
R. Credo che le tendenze siano cicliche, anche se la cinematografia legata al vino in realtà ogni tanto propone una novità e si riaffaccia fra i generi più in voga. Nell’ultimo periodo, per esempio, c’è una nuova corrente di documentari che, in Italia come all’estero, sta riscuotendo un discreto successo. Penso a titoli come Le Rupi del Vino, Langhe Doc, , El camino del vino e, perché no,Senza Trucco.

D. Già, Senza trucco, il tuo ultimo lavoro. Il titolo è una dichiarazione d’intenti netta: storie autentiche, via gli infingimenti, o peggio, gli inganni. Al femminile, tra l’altro.
R. Senza Trucco è un documentario che “voleva” essere realizzato.
Dopo aver avuto, io e Marco Fiumara, il mio compagno, l’idea di girarlo, abbiamo individuato le protagoniste, che io conoscevo di vista; le ho scelte a pelle dopo l’assaggio dei loro vini.
Quattro personaggi del tutto diversi, per età, formazione, approccio al lavoro e ambiente circostante; eppure tutte accomunate da passione e rispetto viscerali nei confronti del proprio territorio e delle vigne coltivate.
Dora Forsoni (Poderi Sanguineto), Toscana; Nicoletta Bocca (San Fereolo); Piemonte, Elisabetta Foradori, Trentino; Arianna Occhipinti, Sicilia: ciascuna rappresenta una delle quattro macrozone vitivinicole del nostro paese e incarna l’essenza antica della donna collegata alla terra, con dedizione e sofferenza generose che riconducono al materno.

D. E a tutta la simbologia legata alla Grande Madre…
R. Si, certo. Il documentario è stato girato nell’arco di una anno e ha uno sviluppo stagionale.
A quel punto però, siccome è un’autoproduzione, il nostro budget era esaurito. Come fare per finire?
Abbiamo aperto un blog con lo stesso nome del documentario e abbiamo iniziato a prevendere i DVD del film, sei mesi prima che questo venisse completato.

Moltissime le persone che, basandosi sulla qualità del girato che io di volta in volta pubblicavo sul blog, hanno pre-acquistato delle copie, permettendoci così di terminare la postproduzione.
Oggi posso dire che Senza Trucco, dal canto suo, è un punto di riferimento per gli amanti del vino schietto e genuino.

D. Ho letto che ti definisci “ribelle”. Ma come persona o regista? E per cosa?
R. Forse “ribelle” è un aggettivo un po’ troppo estremo, basterebbe “non convenzionale”.
Mi riferisco alla mia incapacità di scendere a compromessi, etici e professionali, anche in cambio di mansioni e compensi importanti. Se un vino è finto e costruito, non lo bevo, anche se di fronte ho il proprietario della cantina. Questo atteggiamento da un lato mi impedirà per tutta la vita di avere dei soldi in tasca, dall’altro mi concede di non sentirmi mai in debito con nessuno. E di poter girare e scrivere quello che mi sento: niente vale di più.

D. Noi ci siamo conosciuti grazie a Il re del mosto, di cui hai pubblicato da poco il “restyling”. Un gran bel documentario!
R. Grazie!..

D. Mi piace molto il titolo, una efficace metafora riferita a Giacomo: lui ha “pigiato” tanti luoghi comuni, umani ed enologici, e insegnato, a modo suo certo, a vivere. Tu, da dietro la  macchina da presa, che idea ti sei fatta di lui?
R. Mi sono innamorata subito di Giacomo e, per tutta la lavorazione del documentario, ho sentito un forte senso di perdita: non averlo conosciuto per me è un grande motivo di rammarico, sono sicura che avrei imparato a vivere meglio e più in fretta se avessi avuto l’occasione di frequentarlo. Tuttavia, il solo fatto di entrare nel suo mondo attraverso i racconti e le testimonianze degli amici, mi ha permesso di passare attraverso esperienze fitte e intense.
Ecco, nel girare il documentario, volevo che la mia avventura potesse essere estesa a tante altre persone.

D. Giacomo Bologna e Gino Veronelli. Quando pensi all’uno non puoi non pensare all’altro.
Rara, negli uomini, una comunione come la loro. E’ dovuta alla forza catartica del vino o alla profondità degli ideali?
R. L’incontro con Gino Veronelli ha rappresentato una svolta essenziale nella mia vita: mentre mi raccontava la sua amicizia con Giacomo e la sua fede totale nell’anarchia, assaggiavamo una bottiglia di Ai Suma 1989, l’ultimo vino dello stesso Giacomo fatto prima di morire.
Sono convinta che gli ideali più profondi e il vino non possano essere scissi. Per l’ennesima volta cito una frase che Bruno Lauzi pronuncia durante il documentario: “Chi beve vino non scrive lettere anonime”.
In questo concetto secondo me è condensata la grande storia d’amore fra Giacomo e Veronelli: solo quando stai condividendo una grande bottiglia con un amico vero abbandoni tutte le sovrastrutture e le maschere e lasci che i pensieri più schietti e puri fluiscano, come canalizzati direttamente dal cielo alla mente, attraverso il bicchiere.

Gian Arturo Rota


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