Voci e sentori – Numero 0

Qualche tempo fa la redazione di una rivista ci ha chiesto di curare una rubrica originale che parlasse di vini naturali. Io e Marco, dopo averci pensato un po’, abbiamo deciso di mettere insieme passioni e competenze e di dare vita a una serie di articoli dove raccontare i parallelismi fra alcuni musicisti/cantautori/cantanti e una tipologia di vino o un produttore. In realtà la rivista non è mai effettivamente partita, ma a noi è rimasta la voglia di affrontare questo argomento e abbiamo scelto il nostro blog per proporvi, con una certa costanza, la rubrica “Voci e sentori”. Diteci cosa ne pensate e se avete voglia di continuare a leggere i nostri visionari accostamenti fra musica e vino!

DI NEBBIA E SPEZIE

Sarà un caso se i due più famosi avvocati d’Italia vengono entrambi dal Piemonte?

Uno è cresciuto nel mondo della grande imprenditoria e dell’alta finanza, frequentatore assiduo del jet-set e amico di artisti e potenti, mentre l’altro, sebbene anche lui di buona famiglia, sembra aver dato gli esami sotto le luci basse di un’osteria, fra il rumore delle carte sbattute sul tavolo e l’odore di fumo e cantina. E se il primo era il prototipo dell’uomo-Champagne, brillante, estroverso e dal fascino magnetico, l’altro è senza dubbio un uomo-Barolo: ricco di struttura e potenziale, ma destinato a esprimersi compiutamente soltanto dopo un lungo e sapiente invecchiamento.

Paolo Conte è nato nel 1937 ad Asti, vicino a Langhe e Monferrato, terra di vini fra i più rinomati d’Italia. I suoi esordi di jazzista sono sconosciuti ai più e anche la sua lunga e proficua attività di compositore e paroliere per altri non è nota a tutti. Prima che si decidesse a cantarle lui le sue canzoni, sono usciti dalla sua penna decine di capolavori della musica leggera italiana: da Azzurro a a Messico e nuvole, fino a Insieme a te non ci sto più. Come un vignaiolo che è sicuro della bontà della sua uva, ma non altrettanto della propria perizia in cantina, Conte ha ceduto per anni i suoi pezzi migliori ad altri perché li cantassero e li portassero al successo. Poi, nel 1974, un produttore lo convince a entrare in studio per registrare una dozzina delle sue canzoni, fra nuove e inedite. Il disco, intitolato semplicemente “Paolo Conte”, gustato a oltre trent’anni di distanza, conferma in pieno il talento dell’avvocato ma anche le sue perplessità a fare tutto da sé. A capolavori immortali come Una giornata al mare e Onda su onda (già cantate da Bruno Lauzi), si alternano brani deboli e privi di corpo come Questa sporca vita e altri che sanno addirittura di tappo, come Lo scapolo. La voce è fresca e genuina, ma ancora troppo acerba per reggere il confronto con le melodie, già piuttosto elaborate; Conte si arrampica volenterosamente su per le scale inciampando a ogni gradino e, se le sue stonature fanno subito simpatia, lasciano anche rimpiangere l’assenza di un interprete più maturo.

Per fortuna, il vignaiolo che è in lui non desiste e confida che il tempo faccia il suo lavoro. Dopo un secondo album ricco di pezzi notevoli (su tutti Genova per noi), in cui però la voce non si è ancora scaldata a dovere, arriva finalmente, nel 1979, Un gelato al limon, dove Conte fa un salto di qualità: le sue corde vocali sono finalmente mature e si alleggeriscono delle note aspre degli anni della giovinezza. Esattamente come un Barolo di qualche anno, che inizia a essere pronto sia per accompagnare brasati sulla tavola che per essere gustato da solo, in un calice ampio, seduti la sera in poltrona. I tannini sono sempre sferzanti, ma hanno perso per strada gli spigoli ruvidi dei primi anni dall’imbottigliamento per diventare eleganti e, come le consonanti sonore di Conte, si sono ammorbiditi ed esprimono in modo ancora più profondo e incisivo il carattere del Nebbiolo. Dopo vent’anni dalla vendemmia una bottiglia di Barolo sfoggia sempre l’originaria acidità, che ne sostiene gli aspetti più vibranti, proprio come quelle note stridenti di Conte che oggi non sono più un difetto della voce, ma il tratto più affascinante e distintivo dei suoi pezzi. Quando un Barolo di razza invecchia tende all’essenza, assottiglia il corpo importante e lascia in evidenza i toni netti e diretti, limpidi e asciutti, come se nel bicchiere fosse distillata la natura stessa delle Langhe e dei Piemontesi, riservati e generosi, a volte scorbutici ma profondi come pochi altri. Gli ultimi album di Paolo Conte propongono pezzi raffinati, colti, difficili per chi ha l’orecchio abituato solo a generi più commerciali, proprio come una bottiglia di Brunate Riserva 1985 di Beppe Rinaldi, che Conte lo ricorda anche un po’ per i modi schietti e i baffi folti.


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