Il mestiere più antico del mondo

E’ un libro di Antonio Leotti edito da Fandango, che tratta di agricoltura. Lo premetto in modo da eleminare tutti i fraintendimenti fin da subito, siccome io stessa avevo immaginato che parlasse d’altro. Però, come sostiene l’autore, spetta ai contadini il pedigree più datato in campo lavorativo, visto che “niente pane, niente puttane”.

Ma partiamo dall’inizio, perchè questo è un testo che merita una certa attenzione e che lascia un profondo amaro in bocca e una sana voglia di rivoluzione. Antonio Leotti è uno sceneggiatore romano e da anni lavora per il cinema italiano. Le sue origini però sono toscane e la sua famiglia da generazioni possiede centinaia di ettari e un’azienda agricola che ha visto momenti più o meno floridi a seconda delle congiunture di mercato. Tutta la giovinezza di Leotti è trascorsa alternata fra le tristi settimane di studio a Roma e gli irreali weekend con gli amici della campagna toscana. Poi un allontanamento di qualche anno per dedicarsi alla carriera, fino a quando una profonda crisi (come spesso accade in questi casi) l’ha portato a riavvicinarsi alla sua azienda agricola e a imparare il mestiere del contadino per risollevarne le sorti. Il mestiere più antico del mondo è una sorta di romanzo autobiografico, in cui Antonio Leotti racconta una vita in cui non si è mai sentito veramente nè cittadino nè campagnolo, fino a quando ha deciso di prendere in gestione i terreni di famiglia. A quel punto è iniziato il duro confronto con un mondo che non gli era mai davvero appartenuto: ha dovuto cercare dei buoni maestri e imparare tutto da zero. Però ce l’ha fatta ed è riuscito a rimettere in salute un’azienda semi-abbandonata e boccheggiante. Poi sono arrivati gli anni della burocrazia eccessiva, delle tasse selvagge e delle conseguenti chiusure a tappeto di migliaia di aziende agricole in tutta Italia. E’ stato in quel momento che Antonio ha deciso la conversione al biologico e si è impegnato anima e corpo per offrire prodotti che rispondessero a un ideale etico e riuscissero a inserirsi in una fetta di mercato ancora molto ricettiva. Le conclusioni del libro purtroppo non sono da favola a lieto fine, perchè l’accanimento governativo nei confronti dell’agricoltura nel nostro paese, invece di allentarsi, continua ad aumentare. Ma non voglio continuare troppo a lungo, perchè toglierei il gusto a chi vuole leggere Il mestiere più antico del mondo.

Dal canto mio, sono mesi che mi confronto con gli amici viticoltori e agricoltori, riempiendoli di domande e cercando insegnamenti e conferme. La campagna mi attrae da sempre e, se da un lato mi piacerebbe mollare la città e dedicarmi a una vita e a un’attività più sane e costruttive, dall’altro mi rendo conto che la natura prevede ritmi e competenze a cui io non sarei in grado di adeguarmi. Per non parlare delle difficoltà economiche: nel nostro paese sembra che ci sia un programma governativo sistematico volto a fare chiudere le piccole aziende agricole, in modo da ricreare il latifondo e dedicarsi alle coltivazioni OGM di massa (non è una mia paranoia: due giorni fa su La Stampa ho letto un articolo in cui si richiedeva a gran voce e dall’alto l’utilizzo di colture OGM in Italia, perchè il prodotto interno non è più sufficiente a soddisfare la richiesta del mercato. Forse agevolando fiscalmente e burocraticamente le piccole aziende le cose andrebbero diversamente…). Quando ho letto il libro di Antonio Leotti mi sono infervorata e arrabbiata come lui, anche se non faccio parte della categoria e mi è venuta voglia di urlare: “Ci sono anch’io!”, sulle pagine del capitolo finale in cui reclama a gran voce una rivoluzione per ridare ai contadini italiani e ai terreni il giusto valore.

Qui di seguito un’intervista fatta da me ad Antonio Leotti:


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