Dal Vermont in cerca di Senza Trucco

Ogni anno, nel periodo di Pasqua, Dea e Giuliano (nomi italianizzati per Deirdre e Caleb) passano un mese nel nostro paese in cerca di qualche luogo ancora sconosciuto e, soprattutto, di antiche ricette che possano andare ad arricchire il menu della loro osteria. Parecchio tempo fa (si conoscono da quando avevano 15 anni), i due abitavano in un paesino vicino a Cortona, dove Caleb faceva il cuoco. Quando hanno deciso di tornare nel Vermont, si sono subito resi conto che avrebbero provato una grandissima nostalgia per i negozietti toscani e per i mercati giornalieri in cui potevano comprare prodotti freschi in qualsiasi momento dell’anno. Per questo motivo hanno deciso di aprire non un normale ristorante, ma una vera e propria osteria italiana, dal significativo nome di Pane e Salute, con piatti della nostra tradizione e vini di derivazione tricolore. Per mantere vivo il rapporto con la genuinità a cui si erano tanto affezionati, hanno iniziato a coltivare un orto in regime biologico, per avere sempre materie prime di qualità nella loro cucina e hanno trovato un importatore di prodotti italiani dop a poca distanza dal loro piccolo villaggio. Caleb dietro l’orto e in cucina e Dea in sala, per il servizio e la scelta dei vini, naturalmente tutti naturali. Sempre alla ricerca di nuove etichette da suggerire a importatori e distributori, perchè dal loro staterello di confine non è facile accedere a tutte le cantine italiane che vorrebbero avere in lista.

Durante uno dei loro raid su internet alla caccia di nuovi produttori, si sono imbattuti nel nostro blog e ci hanno ordinato Senza Trucco. Dopo diverse peripezie (non ultima la conversione Pal-Ntsc), finalmente hanno visto il documentario e ne sono diventati grandi ammiratori. Caleb ci ha anche detto: “Senza Trucco ci ha aperto un portone…”. Non è esattamente una frase che si usa qui da noi (a meno che prima non sia stata chiusa una porta), ma io e Marco ne siamo rimasti davvero lusingati. Insomma, per farla breve, i nostri amici americani quest’anno hanno visitato le cantine di tre delle quattro protagoniste di Senza Trucco e sono venuti a Roma a conoscerci. Sono talmente meravigliosi e ricchi di conoscenze enogastronomiche che abbiamo trascorso con loro ben due serate di seguito. Prima di tutto siamo andati alla Trattoria da Cesare, dove Dea mi ha chiesto di scegliere un vino che loro non conoscessero ancora. Tanto per non fare discriminazioni, ho ordinato come bianco un Carricante di Calabretta e, assieme ai secondi, un Sassella Stella Retica 2006 di Ar.pe.pe. Sulla seconda bottiglia i nostri amici si sono illuminati non appena avvicinato il bicchiere al naso. Effettivamente anch’io era da un po’ che non assaggiavo più questo vino e non riuscivo a smettere di annusare e assaggiare, cercando di individuare tutte le sfumature olfattive che si rincorrevano mano mano che i minuti passavano, dal sambuco al ribes alla liquirizia, in un ritorno che ogni volta lasciava intravvedere altre note sfuggenti. In bocca l’impatto è invece stato subito molto chiaro: un senso diretto e freschissimo di essenzialità ed eleganza, unite a una lunghezza decisa e a una persistenza che richiamava le note più evidenti di frutti rossi e spezie scure.

Quando sono venuti a cena a casa nostra, abbiamo deciso di far conoscere loro La Stoppa, di cui non avevano ancora assaggiato alcun vino. Purtroppo i rossi li avevamo finiti da tempo, ma l’ultima bottiglia di Ageno aspettava soltanto loro per essere aperta. Dea e Caleb hanno iniziato a emettere una serie di esclamazioni (non tutte a dire il vero comprensibili) estasiate e hanno continuato a riempirsi il bicchiere prendendo appunti sulla cantina di Elena Pantaleoni. Per finire in bellezza, visto che il mattino dopo sarebbero dovuti tornare negli States, ho deciso di correre un rischio e di aprire una delle ultime bottiglie de Gli Scarsi di Pino Ratto. Come saprete, ogni tanto, quando si apre una bottiglia di Dolcetto di Ovada di questo produttore, si incappa in una delusione, perchè il vino all’interno non si è conservato come avrebbe dovuto. Infatti lo ripeto, ho corso un rischio, affidandomi alla mia buona sorte e sperando di avere scelto nella rastrelliera l’esemplare giusto. Preghiere esaudite, perchè ritengo sia stata la migliore bottiglia di Pino Ratto che io abbia mai assaggiato: credo di essere riuscita a percepire all’olfatto tutte le note odorose che possano venirmi in mente, con una preponderanza di Boeri e cumino, mentre al palato siamo rimasti tutti sconcertati dalla sensazione di purezza, quasi di distillazione dei grappoli d’uva in un liquido che ambisce a innalzarsi al di sopra della normale denominazione di “vino”. Probabilmente le due bottiglie superstiti de Gli Scarsi le terremo chiuse, per non rischiare di turbare un ricordo così struggente e intenso.

Ora Deirdre e Caleb sono di nuovo in Vermont, con una lunga lista di nuovi vini da ordinare e consigliare, in attesa della prossima Pasqua, quando speriamo di rincontrarli in giro per cantine.


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