Il Vino in tasca

Ho scoperto per caso questa poesia, che forse qualcuno di voi avrà già letto, e mi è sembrato corretto fare sì che la conoscano in tanti. La Seconda Guerra Mondiale, la spedizione in Russia e poi il vino, che accomuna in un istante tutti i soldati, perchè ricorda a ciascuno la propria casa, il paese dov’è nato e la tavola apparecchiata. E’ di Renzo Nanni, poeta tornato dal fronte e mai diventato famoso ma che tuttavia, con questi versi, ha vinto il Primo Premio Assoluto Rabelais nel 1997. Spero che anche a voi racconti quello che ha detto a me.

Sparse dimezzate colonne
cento volte rifatte tra schianti
di fuoco e gelo, ventitré giorni
su piste contorte nel bianco
saliscendi di infinite ossessive
colline, sbiadita la memoria
della vasta accogliente estate
dei girasoli, coi loro sorrisi
così slontanati così tinti di scherno.
Cadevano perdute baldanze
di guerra-lampo, i cori
dei gesti giovani, soffrivano
solo mani rinsecchite di gelo,
passi legnosi a sghimbescio
a reggersi col fiato racimolato
dai miraggi di casa,
occhi supplici increduli
di tante smisurate lontananze.

Fu alla svolta d’uno di quei dossi
ripetitivi improvvisa la macchia
grigia di camion sventrato
contorto mostro capovolto
nell’aria di cristallo.
“Vedi la targa! E.I.! “, e dunque
targa Italia, un altro
rottame di noi seminati a caso
– alpini, carri, muli, slitte –
come sterpi di prati inutili.
Accostammo accorti girando
a ventaglio, stringendo l’antico
fucile “novantuno”- ragazzi,
baionetta in canna per l’assalto,
avanti Savoia! – ma
così inutile l’arma delle esercitazioni,
così povero l’animo rabbrividito,
le mani senza presa,
ora incerte a segnare
il metallico mostro. Pareva
animale dissanguato, tra incredibili
cerchi di tracce porpuree, di certo
segni di corpi frantumati
negli squarci del mezzo,
chiazze addensate come
in brevi coppe di neve.

Fu primo il Gianni
alpino di Verona a gridare
“El xe vin!” e ridere
come i cercatori d’oro dei films.
Un rosso crostoso, ancora
non screziato di polvere di neve
e dunque un giovane
sangue di terra spillato da poco:
parevano polle di fresca sorgiva
quei cenni di vita intatta,
un altro miraggio strambo
fuori dai calcoli dell’inutile
guerra pianificata. E noi
via, le nostre forze residue,
a battere vocianti col calcio
del fucile in sangue
cupo dell’avventura, il segno di casa,
l’eco – forse – di damigiane rotte
nella tinaia di famiglia.
Anche la damigiane morivano
per una guerra insensata. Ma noi,
chini a cogliere pezzi di vino,
ficcarli nelle tasche, ci sentivamo
magici salvatori di tracce
di vigne e d’acini. Mario
alpino di Trento ora scuote lo zaino,
lieto peso evocando
dei gerli sulle terrazzate, nelle basse
vigne a spalti sotto chiome
d’abeti e larici, in alto
le rupi che trascolorano,
i mobili tramonti di dolomia. Berto,
friulano di Tarcento, scorda l’impeto
d’acque ladre, raccatta
schegge di vino schegge di voci
dei tondi caminetti resinosi,
le pievi di legno su alterni
sentieri di malghe e scoiattoli.
E il piccolo ruvido Noris
valtellinese parlava
di feste di grappoli, i carri
con Bacco e Arianna rubicondi contadini,
giri di coppe impampinate
e fiaschi e fior di ragazze
gettando rose. Sisto abruzzese,
furetto rinato sotto
crostosa barba stellata di gelo,
pareva squarciare i colli inseguendo
un pallido fiorire d’oliveti,
e disegnò stupito su neve di Russia
povere viti sassose eternamente superstiti
per ripetute caparbie fatiche, le pecore
nella tinaia, col caratello acidulo
dell’acquata. Vasinto pesarese evocava
viti sposate ad alberi,
vendemmie arrampicate e dondolare
di gelsi nel tiepido canoro
autunno delle api: ma cosa
cosa fa negli Alpini un marittimo
da porto-canale, e io livornese
che forse avrei dato l’Aleatico d’Elba
casereccio in cambio
di una conchiglia odorosa
di libecciate cariche di sale.

Andavamo, cavando a tratti di tasca
preziosi semi d’aria paesana:
giri il colle ed è svoltare l’angolo
dell’osteria della piazza,
stringere mani amiche
negli auguri con l’albero milleluci
la torta di ricotta i piccoli
occhi gioiosi – a intingere il dito
nella coppa spumosa delle solennità.
Fu un caldo bere ricordi, trarne
colmi respiri a scrivere
vita ancora vita sulla pagina
bianca dei giovani recuperi. Pareva
sfaldarsi la steppa degli inganni,
e gemme nascere come segni
di cielo poco prima dell’alba
operosa dei tralci da scegliere
e legare alle salde promesse
di raccolti di gioia.

Ora più deciso
prese corpo il nostro
procedere a ritroso nel tempo
diretti alla cerchia sofferta delle attese.
Così coprimmo
coi piedi secchi come dighe di botte
gli ultimi spazi girovaghi
verso casa. E furono
brindisi in lieti calici quel nostro
masticare, fra complici furtivi
sorrisi d’occhi, frammenti di memoria
nel breve disciolto sapore
di una goccia di vino.


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