Dal rosso al bianco e ritorno

Sono torinese. Nonni paterni che arrivavano dalla campagna, astigiana l’uno, cuneese l’altra. Il primo sorso di vino l’ho dato a un anno e mezzo perchè mio papà, esasperato per le mie insistenze, sperava che il sapore forte mi facesse cambiare idea. E’ stato invece l’inizio di un amore, che la mia famiglia ha cercato di arginare prima, poi ha assecondato quando con la crescita è risultato evidente che il mio sorsino io me lo facevo comunque. Volevo solo rossi. Dolcetti, Grignolini, Barbere, Nebbioli. Negli anni novanta nei locali di Torino trovavi un paio di vini alla mescita, sempre piemontesi. Qua e là qualche bottigia di Arneis, ma avevo imparato che il mal di testa era una conditio sine qua non e così mi tenevo ben alla larga. Oddio, non che i rossi fossero migliori, visto che ogni tanto mi viene ancora in mente quel sapore aspro e vinoso che abbandonava il palato in pochi secondi, lasciandomi una gran voglia di un San Simone (amaro tipico della capitale sabauda, dove non si chiede genericamente un amaro, ma “Un San Simooone!”) per fifarmi un po’ la bocca.

A vent’anni finalmente un primo corso di degustazione. Non che sia diventata un’esperta, però i miei amici ne erano convinti e così da quel momento è toccato a me scegliere le bottiglie quando si andava a cena fuori. In realtà un’evoluzione c’era stata, perchè avevo capito che i vini migliori erano i rossi passati in barrique: il millennio non era ancora finito e la vaniglia passava i suoi momenti migliori. E vai con una serie interminabile di Barbere e Dolcetti (questo ci concedevano le finanze) che venivano masticati quasi quanto le bistcche che ordinavamo assieme. E loro continuavano a fidarsi, anche perchè, come tutt’ora, non capivano niente di vino e gli potevi propinare qualsiasi cosa. Insomma, il mio ego aumentava e, spinta dal coraggio, iniziavo anche a uscire dalla regione per assaggiare bottiglie toscane e siciliane, apprezzando sempre più alcol e corpo e considerando ormai con sufficienza il Grignolino e il Dolcetto sfusi che avevo bevuto per anni a casa. Di punto in bianco la freschezza era diventata la mia peggiore nemica e mi facevo coccolare dalla melliflua rotondità delle poche aziende che riuscivano a imporsi sul mercato comune.

Una volta arrivata a Roma ho dovuto rivedere tutto il mio bagaglio, perchè qui vini piemontesi non è che se ne trovassero tanti. Ogni tanto compravo un Chianti, un Nero d’Avola, un Cesanese, ma diventavo improvvisamente campanilista e mi mancavano le mie belle bottiglie langarole e monferrine. Così tornavo da ogni spedizione a Torino con scorte che mi bastavano appena appena fino al rimpatrio successivo.

Poi la svolta con il corso AIS e la scoperta dei bianchi. Quanti in Italia, e chi se l’immaginava? Oh, la Ribolla Gialla… e senti un po’ questo Fiano d’Avellino! Ma guarda che il Vermentino non è così male. E perchè, l’hai assaggiato il Frascati Superiore? Un mondo. Era davvero tutto un mondo che fino a quel momento avevo ignorato. Più bevevo e più mi entusiasmavo. E più mi veniva mal di testa, ma pensavo che i bianchi lo prevedessero tout court.

Poi l’impatto con i vini naturali. Di nuovo un altro mondo prima sconosciuto, con la definitiva presa di coscienza di essere davvero ignorante in materia enoica, malgrado il diploma AIS e tutte le bottiglie aperte in tanti anni. A questo punto lo shock nel rendermi conto che un mattino mi ero svegliata senza mal di testa: avevo assaggiato il primo Gavi della mia vita che non maledicevo il giorno successivo. Anche l’acidità, fino a quel momento tanto vituperata, mi stupiva con continue sorprese: ma quanto era piacevole quel pizzicorio lungo i lati della lingua che mi faceva venire la voglia di riassaggiare più e più volte una Garganega o un Verdicchio? “Magari me ne faccio anche un paio di bicchieri in più, perchè ho la sensazione che persista molto più a lungo in bocca e vorrei capirlo meglio…”. Ormai i rossi erano passati in secondo piano, non per disaffezione, quanto più per il bisogno di provare quel meraviglioso universo che fino a quel momento mi era stato ignoto. La leggerezza, la freschezza, nulla mi emozionava di più. Ma poteva finire così? Ovviamente no, perchè i macerati sulle bucce pensavano bene di introdurre tutt’altro tipo di panorama nel mio micro universo: “Oh santo cielo! E questo? Al naso mi aveva quasi spaventata, ma chi poteva pensare a una struttura simile?”. E via alla ricerca di bottiglie, di produttori, di territori.

Ora è qualche tempo che sto tornando alla mia passione d’origine. Dopo la lunga militanza nel bianco, scopro nelle bottiglie di rosso caratteristiche che mai avevo notato prima. E’ come se improvvisamente (ma forse nemmeno troppo) fossi in grado di leggere livelli ulteriori, che prima non riuscivo nemmeno a percepire. Trovo leggiadria, finezza e sfaccettture in vini che prima mi apparivano solo rossi e buoni. Aspetto il prossimo passaggio. Forse i distillati. O forse un altro ritorno ai bianchi. Se devo essere sincera, non sono divorata dalla preoccupazione: l’importante è che non mi passi la voglia di bere.


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