Racconto in un giorno di pausa

Lo sapete che ormai da settimane corriamo da una parte all’altra della penisola, contenti di seguire il nostro film e di scoprire tanti riscontri positivi. Martedì ci rimetteremo di nuovo in macchina, rivolti a nord-est, ma fino a quel momento abbiamo qualche giorno per sistemare un po’ di arretrato e mollare le briglie alla concentrazione. Facendo ordine nel pc, mi sono imbattuta in un racconto scritto quasi tre anni fa, di ritorno da un viaggio in Argentina, che avevo intitolato Perro Suelto. Non si parla di vino, ma di un modo di vivere di cui non siamo nemmeno più a conoscenza. L’Argentina di oggi ricorda l’Italia di quarant’anni fa, con le sue difficoltà e gli sforzi per migliorare; eppure quando si riparte non si prova sollievo perchè si torna fra le comodità, ma solo una grande voglia di immediatezza e sobrietà (di costumi, non certo d’altro).

PERRO SUELTO – RICORDO D’ARGENTINA

Per non smentire il più classico dei miti vacanzieri, lo shopping prima del rientro, stavamo pensando di passare l’ultima giornata argentina a San Telmo, un mercato artigianale con bancarelle che si alternano ad artisti di strada di tutti i generi, dal mimo immobile sul predellino all’anziano ballerino di tango solitario, fra le cui braccia solo ogni tanto si riesce a immaginare una figura femminile. Edo, un amico torinese a Buenos Aires ormai da qualche anno, insiste per una meta alternativa, uno di quei percorsi al di fuori delle guide ufficiali. Così, fidandoci volentieri di un suggerimento non contemplato dalla Lonely Planet, quasi di buon mattino prendiamo il treno urbano per Tigre, un quartiere ad ovest della città nato sull’intrico di canali che formano il delta del Rio Paranà. La ferrovia ricorda un po’ le strade ferrate italiane di trent’anni fa, prima che i sottopassi eliminassero le lunghe attese dietro le sbarre abbassate: una serie sterminata di passaggi a livello che bloccano a cascata il traffico della zona nord di Buenos Aires ogni venti minuti.

E la stazione di Tigre sembra il lido di Venezia in alta stagione, con frotte di turisti persi fra le biglietterie e i moli, in cerca del battello giusto. A mezzogiorno in punto saltiamo al volo sul traghetto in partenza per Las Tres Bocas, l’isola più grande del Delta, incastrati fra le decine di Portenos[1] pressati sui vecchi sedili in legno. Lungo tutto il tragitto ci stupiscono spiagge ricavate sulle rive del canale, con decine di bagnanti a mollo nell’acqua marrone in attesa di giocare con le onde sollevate dai traghetti in transito. Dalla barca si iniziano a vedere anche le tipiche abitazioni delle isole: alte palafitte dai più disparati colori e stili, con tanti tetti spioventi, retaggio di chissà quale origine europea… Tutte si affacciano sull’acqua con lunghi pontili che hanno la funzione delle nostre fermate del tram: se ti sporgi e sollevi la mano, il traghetto che sta passando in quel momento accosta e ti fa salire al volo. Alcuni compagni di viaggio ci raccontano che, in certe giornate, forti venti preannunciano l’alta marea e allora le isole vengono coperte completamente dall’acqua, che, ritirandosi, lascia dietro a sé una vegetazione lussureggiante e colonie di zanzare furibonde. Infatti il cartello di benvenuto su uno dei moli di Las Tres Bocas mette ben in guardia dall’avventurarsi sull’isola senza il repellente per gli insetti. Il primo tratto del percorso prevede l’attraversamento della zona abitata, con una passerella in legno che si snoda fra le case dei villeggianti, diventando ogni tanto agile ponticello e altre volte camminamento sconnesso. Proprio all’altezza di un piccolo ponte su un canale incrociamo una coppia di turisti provenienti dalla direzione contraria. Dietro di loro un cane nero che, subito dopo averci superati, inverte la marcia e inizia a venirci dietro. La coppia ha un bel chiamare “Negrito!”. Nulla: ormai abbiamo un nuovo amico, di media taglia, dal pelo lucido e una macchia bianca sul petto. L’Argentina è piena di cani randagi, i famosi perros sueltos che popolano le strade di città e campagne e spesso si trovano addormentati all’ombra di un muro o di una panchina. Sopravvivono fra lunghe ore di indolenza e alcuni spunti di vitalità, dovuti più che altro alla fame.

Dopo un primo tratto fra le case, il sentiero che fa il giro dell’isola si inoltra fra la vegetazione. Alcuni ragazzi, che fino a quel momento stavano camminando alle nostre spalle, a quel punto ritengono più raccomandabile fare marcia indietro. Noi, forti della nostra guida locale, continuiamo la strada, che mano mano che si procede, assume sempre più le sembianze del classico paesaggio tropicale, come fino a quel momento avevo visto soltanto nei documentari. Per un’ora e mezza nemmeno un’anima viva, aria adatta per farci i fumenti e nuvole di zanzare dietro ciascuno di noi come un’aura maligna. Anche il povero Perro ha la sua stola ronzante che non lo abbandona un attimo, ma ha imparato a usare la coda come un ventaglio, oppure è davvero felice della nostra compagnia. L’unico modo per non farsi pungere è camminare in fretta, saltando ogni tanto i grossi rami caduti dagli alberi, oppure cercando di non rallentare troppo sui ponti improvvisati con tronchi instabili. Nemmeno la possibilità di fermarsi per una fotografia che possa provare l’avventura. O l’esistenza dell’incredibile uccello dal becco giallo di cui io ho sentito solo lo strano verso, ma che Marco per un attimo è riuscito a vedere. E Perro senza mai perderci d’occhio. Se ci anticipa di qualche metro, poi si gira per assicurarsi che lo raggiungiamo; se invece rimane indietro, accelera per riportarsi in fretta fra le nostre gambe.

Finalmente le piante iniziano a diradarsi e da lontano si sente un vociare umano. Ancora qualche metro e sul sentiero battuto ecco la prima mattonella sconnessa. Finalmente è possibile fermarsi per riprendere fiato e scattare qualche foto a un’enorme pianta formata da centinaia e centinaia di canne inestricabili nel giardino di una casa. Alle nostre spalle una risatina sommessa: un signore dai lunghi baffi, seduto sul molo di fronte all’abitazione, ci racconta che la palafitta appartiene alla sua famiglia da generazioni e quelle canne sono più volte finite su internet come curiosità da guinness. Fino a quel momento eravamo convinti che il turismo estivo sul delta fosse una scoperta degli ultimi anni e invece veniamo a sapere che i Portenos che non amano la costa rumorosa e modaiola di Mar de la Plata cercano da più di un secolo refrigerio su queste isolette a nemmeno un’ora dal centro di Buenos Aires, piene di seconde case per famiglie e di centri sportivo-balneari.

Sono quasi le tre e la fame inizia a farsi sentire, conseguenza anche della corsa per fuggire alle zanzare. Come sempre ci piacerebbe fermarci in un localino tipico, di quelli che allontanano i turisti, ma sull’isola ci hanno detto esserci soltanto un paio di ristoranti “da domenica”. Eppure, sul sentiero che riporta verso la parte più frequentata, un cartello in legno con una freccia, che indirizza verso la riva di un minuscolo canale senz’acqua, ci avverte della presenza dell’almacena mi manera”. Un almacen in genere è una bottega e non un luogo di ristoro, però quella scritta incisa ha un’aria invitante e così scegliamo di allungare di qualche metro il cammino e di scoprire che cosa venda il negozio. Entriamo in un giardino privato, che ha in mezzo un’alta palafitta e una siepe tutt’attorno. Alcuni operai bevono birra a un tavolino, con accanto la loro carriola. Chiediamo se lì sia possibile pranzare e loro ci indicano sorridendo un altro tavolino, mentre Perro si sistema all’ombra della siepe a poca distanza da noi. Passano un paio di minuti e dalla palafitta scende una bella ragazza di poco più di vent’anni, con gli occhi azzurri e i capelli neri. Ci accoglie quasi con riconoscenza, come se avere a pranzo due Italiani fosse un fatto assolutamente memorabile per lei. È la madre che viene a prendere l’ordinazione e ci porta dopo qualche minuto un litro di Quilmes ghiacciata e del formaggio fresco con pane e senape. Perro resta sempre in disparte, anche se con la coda del’occhio segue i nostri movimenti attorno all’antipasto. Non ci vuole molto perché iniziamo a privarci di qualche boccone per passarglielo furtivamente da sotto il tavolino. La birra gelata va giù che è un piacere e quando ci arriva il primo piatto è già a meno di metà. La ragazza ci porge sorridente due porzioni di empanadas, i tipici involtini di pasta con il ripieno di carne macinata, verdura e uovo, che gocciolano olio caldo. Da quando siamo in Argentina ne abbiamo già mangiati di tutti i tipi, fritti, al forno, con ripieno di pesce, verdura e legumi, ma quelli assaggiati quel giorno a Las Tres Bocas hanno un sapore particolare, di cucina casalinga e vacanze d’altri tempi. Mi viene in mente la riviera adriatica di Fellini, quando non c’era ancora il sospetto del risveglio muscolare sulla spiaggia e si potavano trovare antiche osterie che nascondevano generazioni di donne nelle cucine. Perro reclama attenzione e vorrebbe un pezzo del panino con l’hamburguesa che ci hanno appena portato. Dopo anni passati a evitare Mc Dolnald’s, scoprire che fra due fette di pane possa esserci della carne simile ha i tratti dei una rivelazione. L’ultimo boccone se ne va con nostalgia, accompagnato dalla fine della seconda bottiglia di Quilmes. Ecco che scende gli scalini in legno della palafitta anche il terzo componente della famiglia, il padrone di casa, che ci racconta di chiamarsi Rapazzini e di essere originario di Belgirate, un paese nel Verbano. Lui, un avvocato di Buenos Aires, ha lavorato molte volte nel catering ed è stata la moglie ad avere l’idea, nemmeno un mese prima, di aprire quell’almacen indicato solo da un’insegna incisa. Non va mai a incontrare i clienti, ma quando scopre che in quell’isola dedicata al turismo locale ci sono due italiani autentici, di cui una per di più piemontese, si siede volentieri in mezzo al giardino e parla di almeno quattro generazioni della sua famiglia, rivendicando un’appartenenza che a noi sembra ingiustamente scontata. Quando decidiamo che è il momento di tornare a prendere il battello, il signor Rapazzini dice alla bella figlia Lina di accompagnarci e lei resta lì con noi sul molo, in attesa di fare il famoso cenno a una barca. Perro si accoccola ai nostri piedi e ci fa sentire un po’ in colpa ad andarcene lasciandolo lì sul pontile. A un tratto però sul sentiero di assi di legno e mattonelle passa una coppia di turisti. Perro li vede e senza esitazioni corre verso di loro, iniziando a seguirli. Un ultimo sguardo verso di noi dal ponticello sul canale, ma ormai ha altri due nuovi padroni per qualche ora. Credo che passi così le giornate: una guida non pagata per le coppie di turisti. Lina fa un cenno a un traghetto e noi ci infiliamo fra i passeggeri della domenica che rientrano verso Buenos Aires, con bambini al collo, passeggini, borsoni da spiaggia e bottiglie in mano.


[1] Abitanti di Buenos Aires


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