Senza Trucco al Sardinian Film Festival – ma qui si parla di Langhe Doc

Ieri sera al Sardinian Substainibility Film Festival c’è stata la proiezione di Senza Trucco, che partecipa in concorso. La proclamazione del vincitore sarà la settimana prossima, il 6 novembre: dovremo vedercela con titoli ormai familiari, come Langhe Doc, Loro della Munnizza e Vivere senza soldi. Dico “familiari” perchè ci stiamo incrociando spesso negli ultimi mesi, fra rassegne, festival e articoli di giornale. E’ divertente: uno dovrebbe sentirsi quantomeno in competizione, visto che i documentari usciti nello stesso anno finiscono per contendersi titoli e visibilità. Invece, quando le tematiche trattate si avvicinano così tanto e hanno come sottotrama la volontà di mantenere, o di recuperare, un sistema di vita di cui si percepiscono importanza e nostalgia, si finisce per diventare sostenitori di film che potrebbero sulla carta costituire una minaccia. Vi ho già parlato del bel documentario sull’urbanizzazione della provincia di Parma e ora credo sia giusto dedicare un po’ d’attenzione a un altro prodotto che, fin dalla nascita di Senza Trucco, ho trovato in qualche modo accostato al nostro film. Mi riferisco a Langhe Doc – Storie di eretici nell’Italia dei capannoni. Di nuovo, come ne Il Suolo minacciato, quello che fa paura è l’omologazione del sistema produttivo, che si adegua a quella di un protocollo di vita da cui è difficile sottrarsi. In questo caso i portavoce di una proposta alternativa di mercato sono tre: un produttore di pasta, uno di formaggio e una viticoltrice. L’ultima è Maria Teresa Mascarello, figlia del mitico Bartolo, “donna del vino naturale” e sostenitrice del Barolo più schietto, mentre gli altri due sono Silvio Pistone e Mauro Musso che io definirei, oltre che “eretici”, come li dichiara Paolo Casalis, regista del documentario, anche “romantici”, con la loro ingordigia spassionata nei confronti di tutto quello che è genuino e vitale. Guardando Langhe Doc si prova spesso tenerezza per questi paladini della naturalità, che rigettano il progresso invadente degli ultimi 40 anni per tornare a regole di vita ataviche, spesso spregiudicate ma senza dubbio rodate e sicure. Lo sfondo è quello del Piemonte, una regione adesso ricca, ma che fino alla Seconda Guerra Mondiale espatriava contadini verso la Francia o la Liguria, perchè non aveva nulla da offrire loro. Si era ben lontani dalla moderna idea di monocoltura e ogni orticello doveva contendersi il terreno con alberi da frutta e filari di vite. C’era poco da mangiare, però la sera ci si trovava nelle stalle a cantare, mentre una fisarmonica riempiva le strade delle campagne. Ora ogni tanto si sente scattare l’antifurto di un Suv. Quando ho visto la prima volta Langhe Doc mi sono tornati in mente i racconti dei nonni, e non perchè i tre protagonisti rifuggano dalla vita attuale per perseguire un passato idealizzato, ma perchè nelle loro esperienze produttive riscopro la spontaneità di chi lavora per passione e per gustare personalmente ciò a cui dà vita. Se gli introiti sono limitati, pazienza: ciò che conta è non dovere uniformarsi a tutti i costi a ciò che detta il marcato. E non è ideologia, ma rispetto per la tradizione e la cultura di un territorio.

Non ne dico oltre: chi non avesse ancora visto il film inizi a dare un’occhiata al trailer e poi cerchi di procurarsi il dvd. Oppure, venga a Dogliani il 12 novembre, a DOCG – Dogliani Dolcetto e Corti (Garantiti) perchè nel pomeriggio verranno proiettati in sequenza proprio Senza Trucco e Langhe Doc.


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