Falchi, piede franco e tonno a Carloforte

La prima tappa in Sardegna, come vi ho raccontato nell’ultimo post, è stata fra i Goliardi della Malvasia di Bosa. L’ultimo giorno, invece, dopo aver ridisceso in moto tutta la costa occidentale, l’abbiamo dedicato all’Isoletta di San Pietro, un’antica colonia di Liguri prima insediatasi a Tabarka, in Tunisia, poi sbarcata in questo lembo estremo della Sardegna. E infatti, andando in giro per i vicoli di Carloforte, un pittoresco borgo marinaro che ricorda vagamente Camogli , si sente parlare un dialetto che fa venire in mente subito i personaggi di Via del Campo o Via Prè. Anche le ricette esposte all’esterno delle trattorie avevano poco a che vedere con i piatti assaggiati durante il resto del viaggio e ricordavano più che altro le pietanze che si trovano ancora nei ristoranti sui vecchi moli della Riviera. Ma prima di pensare all’ora di pranzo, ci eravamo prefissati tre mete: un bagno in una piccola spiaggia bianca, una sosta sul promontorio dove nidificano i falchi e una visita all’azienda vinicola U’ Tabarka, dove speravamo di trovare almeno uno dei proprietari. Invece ci è venuto incontro l’operaio di fiducia, un signore tarchiato e gentile, che fortunatamente era in un momento di non eccessivo lavoro. I due fondatori dell’azienda, lombardi con la passione per quest’isola, una ventina d’anni fa hanno deciso di creare una realtà totalmente naturale, approfittando delle incredibili condizioni climatiche di San Pietro. Qui il terreno sabbioso e il vento incessante hanno rimbalzato per oltre un secolo la fillossera e assaggiare in mezzo a quei filari antichi e pieni di vita un bicchiere di Vermentino, di Bovale o di Carignano del Sulcis (o tutti e tre, come abbiamo fatto noi), è stata una sorta di esperienza mistica. I toni iodati e di erbe aromatiche del Vermentino propagavano in bocca le sensazioni che le folate di vento portavano al naso, mentre il Bovale sembrava andare a recuperare in mezzo ai  cespugli le piccole bacche scure che si nascondono dal sole diretto. Un discorso a parte per il Carignano, chiamato Roussou, che invece non si ferma alla superficie, ma scava assieme alle profonde radici delle piante fino a trovare note terrose e minerali che poi risalgono verso l’alto con declinazioni di prugna, confettura di more, alloro e spezie. Sarà stata anche la magia del luogo, ma quei bicchieri a stomaco vuoto ci hanno riempito la giornata di sensazioni lunghe e, senza nemmeno farci girare un attimo la testa, ci hanno fatto venire voglia di concludere l’esperienza della mattinata con un degno pranzo all’Osteria della Tonnara. Se dovessi soffermarmi a raccontare gli antipasti a base di peperoni e acciughe, pesce spada, tempura di gamberoni e cuore di tonno, oppure gli spaghetti con la bottarga non finirei più. Meglio una foto e un caldo invito a progettare una gita sull’isola.


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