Perchè bevo vino Incontro con la Malvasia di Bosa

Una vacanza settembrina, in giro sulla costa ovest della Sardegna in sella alla moto. La prima sosta, dopo l’arrivo, è stata Bosa, una cittadina che conoscevamo soltanto per la Malvasia e che invece si è rivelata di una bellezza indicibile. Le antiche case colorate che si inerpicano su per la collina, il fiume che le divide, a valle, dalla zona delle vecchie concerie e il sole che inizia a tramontare di fronte, accendendo i vicoli di tinte mai viste. Dopo una passeggiata a perdersi fino in cima al paese, giusto per vedere l’ultimo raggio sparire, siamo tornati nella piazza principale in cerca di un bicchiere di vino. Tutti i bar proponevano Malvasia dolce e secca, decantata su lavagne esposte all’esterno, ma la diffidenza per i liquidi smunti che vedevamo nei bicchieri ci ha fatto propendere per la prima bottiglia di Ichnusa del viaggio (ce ne sarebbero state diverse altre in seguito…). Eppure il sogno di una Malvasia come si deve non ci abbandonava e la fortuna ha voluto che, passando per un viottolo nemmeno così interessante, con la coda dell’occhio abbia visto un portoncino aperto, qualche signore appoggiato a un minuscolo bancone e un foglio A4 che avvisava “Si vende vino”. Non ho resistito e ho chiesto a uno del gruppo uscito per una boccata d’aria se fosse aperto al pubblico e lui mi ha risposto “E’ aperto agli amici e a chiunque voglia assaggiare il vino”. Bell’inizio. E tutto quello che è seguito per noi ha avuto il sapore di un viaggio extra-temporale. Forse in passato doveva essere così dappertutto, nei paesi, quando ti invitavano a bere un sorso e diventavi subito parte della compagnia, come se fossi loro amico da sempre. Mentre il padrone di casa, Piermario, ci versava la prima tornata di rosso, sinceramente mi aspettavo il classico vino poco convincente, scialbo, anonimo. Invece mi sono girata di scatto a guardare Marco: ma cosa diavolo era quell’incantesimo? Tutto si è svelato nel giro di pochi minuti. Quel gruppo di amici nati a Bosa si incontra tutte le sere da anni e c’è chi fa il pastore, chi il pescatore, chi il cacciatore e tutti mettono a disposizione degli altri e delle riunioni conviviali ciò che produce. Compreso Piermario, a cui a un certo punto ho chiesto come ottenesse quel vino incredibile. “Undici vitigni locali, più un po’ di Sangiovese. Non uso pesticidi, diserbanti, niente insomma, che tanto qui non serve. E poi faccio il vino e anche in cantina non aggiungo nulla. Solo che ne viene poco e con tutto quello che beviamo noi…”. Che meraviglia, praticamente uno Châteauneuf du Pape più a sud di qualche chilometro… Malgrado il mini-tumbler in cui stavamo bevendo, i profumi riuscivano a stordire appena avvicinato il naso, rimpallandosi sentori di macchia mediterranea, sottobosco fitto, note iodate e piccoli frutti rossi. In bocca un ritorno di qualsiasi sensazione si fosse affacciata al naso, con una lunghezza e una profondità emotiva che mi riechggiano in mente ancora adesso. Dopo tre bicchieri (che gli avrei dato in tutti i sensi…) di rosso, abbiamo domandato al padrone di casa se per caso facesse anche un po’ di Malvasia di Bosa. E a quel punto, per un attimo, ho avuto paura. Piermario ha guardato i suoi amici con un sorriso quasi perfido e ha risposto: “Ne ho poca, ma è il momento di aprirla e di finire la bottiglia”. Secca, 17 gradi. Ecco perchè quell’espressione da carnefice. Fra una battuta, un aneddoto divertente e una frase in dialetto, che a quel punto anche io e Marco grazie al vino capivamo, gli amici della cantina hanno iniziato a riempire i soliti piccoli bicchieri, festeggiando quell’incontro propizio per tutti. Credo di essere stata servita almeno quattro volte e ho ancora in mente ciascuno di quei sorsi: il naso era così intenso e aromatico da materializzare quasi l’immagine del grappolo, che tornava in bocca, tutto percepibile in forma di consistenza, calore e e note lunghe e memorabili. Ci hanno solo avvertiti. “State attenti perchè la Malvasia prende le ginocchia”. Così, quando ce ne siamo andati, con il passo non più molto certo, erano tutti lì sulla porta a salutarci e a raccomandarci non di tornare, ma di trasferirci a vivere lì a Bosa. Ecco perchè bevo vino: quando è sincero fino in fondo, raccoglie attorno a sè persone con cui è bello condividere un pezzo di vita, breve o lungo che sia.


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